Il ruolo del CFO per la crescita dimensionale nel middle market

A cura di CUOA Finance (Francesco Gatto, Mirca Toniolo e Bruno Borgia) e KPMG (Manuela Grattoni e Alessandro Ragghianti)

Club FinanceLa ricerca intende sviluppare una riflessione su alcune “leve” che potrebbero favorire uno sviluppo del Middle Market in Italia, partendo dal presupposto che il tessuto italiano è composto in assoluta prevalenza da aziende rientranti in tale segmento e che saranno obbligate ad un percorso di crescita per esser competitive sul mercato mondiale. La “leva” che viene esaminata è la crescita del management, con particolare riferimento al ruolo del CFO destinato ad assumere sempre più un ruolo “direzionale” a supporto dell’imprenditore.

Il contributo del CFO per lo sviluppo del Middle Market
Abbiamo osservato che uno dei freni alla crescita dell’impresa è rappresentato da un management non adeguato o, detto in altri termini, ancora legato a un’organizzazione interna ormai superata. Riflettendo sulle risorse chiave del management e, in particolare, nell’ambito del nostro articolo, a nostro avviso occorre effettuare una valutazione approfondita sul ruolo del CFO che potrebbe rappresentare una figura decisiva a supporto della proprietà e/o dell’amministratore delegato.

Ma cosa intendiamo, in realtà, quando parliamo di CFO? Tuttora, nell’esperienza del mercato italiano, il ruolo del CFO assume ancora una connotazione eccessivamente tecnica coincidendo, più o meno, con una figura di tipo prevalentemente contabile ed amministrativo. Al contrario, il modello di CFO a cui dovremmo tendere, sulla falsariga dell’esperienza dei paesi esteri è ben diverso: una figura sempre più manageriale e sempre meno “tecnico-operativa”. Infatti, numerose analisi e rilevazioni a livello internazionale evidenziano come le aziende in cui il ruolo del CFO assume una vera e propria dimensione manageriale con un focus strategico legato ad una chiara comprensione del business aziendale e ad una forte capacità di attuazione della strategia raggiungono poi una performance eccellente.

Tutto ciò non significa mettere in discussione le competenze contabili, finanziarie ecc.; tali competenze evidentemente sono imprescindibili ed un CFO che intenda svolgere un ruolo attivo in azienda non può certo prescindere da un robusto background tecnico. Il CFO dovrebbe pertanto, in base alle nostre ricerche, assumere una vera e propria dimensione manageriale e direzionale, con un ruolo chiave nel processo di attuazione della strategia, con una capacità di formulare in modo preciso le conseguenze finanziarie del piano strategico e di saper comunicare tali analisi in modo convincente all’imprenditore e agli altri manager funzionali. Quanto detto implica in prospettiva anche una capacità di analisi ed elaborazione dati e informazioni al fine di rilevare in modo corretto le performance e trarne indicazioni utili per orientare e supportare le scelte di business. Siamo quindi di fronte a un passaggio culturale ed organizzativo di grande impatto che chiama in causa non solo il CFO, ma anche l’imprenditore che dovrà favorire un processo evolutivo interno per l’affermazione di una figura professionale a supporto delle scelte direzionali.

La ricerca completa è disponibile su slideshare:

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Il ruolo delle Amministrazioni Pubbliche nel sistema economico: freno o volano?

Giuseppe Piperata *

Image courtesy of sheelamohan / FreeDigitalPhotos.netL’impresa, si sa, ha bisogno dell’Amministrazione Pubblica: rapporti e provvedimenti amministrativi ne caratterizzano la nascita e, soprattutto, ne accompagnano l’esistenza. Ma la relazione tra i due soggetti non è esclusivamente burocratica: oltre a regolare il settore produttivo, è l’Amministrazione a garantire la presenza di infrastrutture adeguate sul territorio per la circolazione dei prodotti, a farsi cliente delle imprese stesse o a promuoverne lo sviluppo.

Le Amministrazioni Pubbliche possono rappresentare “un formidabile freno” o “un insostituibile volano” per la crescita del sistema produttivo nazionale. Non sempre le politiche e le azioni pubbliche pensate per il settore economico riescono a favorire la competizione delle nostre imprese sui diversi mercati e, anzi, gli interventi di regolazione amministrativa posti in essere si traducono in appesantimenti burocratici per l’azione di queste ultime. Situazione da correggere, soprattutto in un periodo, come quello attuale, caratterizzato dall’acutizzarsi della crisi economica, che sta falcidiando interi comparti produttivi.

Basti pensare alla questione relativa al pagamento da parte delle Pubbliche Amministrazioni dei crediti maturati dalle imprese per rendersi conto non solo del rapporto necessario tra Amministrazioni e tessuto imprenditoriale, ma anche di come questo possa assumere connotati patologici, tali da incidere negativamente sugli obiettivi di crescita socio-economica del Sistema-Italia.

Tuttavia, da alcuni anni, il Legislatore si sta impegnando a correggere le carenze più evidenti del sistema amministrativo italiano rispetto ai processi economici, introducendo diversi strumenti pensati per favorire il rilancio del sistema produttivo e lo sviluppo economico. Sono stati liberalizzati alcuni settori, consentendo agli operatori privati di operare in mercati prima loro vietati; passi in avanti sono stati, poi, compiuti sul versante della semplificazione dei rapporti mediante l’adozione di misure come quelle relative al rafforzamento del SUAP, alla decertificazione, all’Amministrazione digitale, all’estensione della SCIA/DIA, del silenzio assenso e della conferenza di servizi nonché, ancora, ai rimedi contro i cronici ritardi procedimentali delle Amministrazioni.

Non mancano, poi, i provvedimenti più specifici pensati per la crescita economica o il rilancio delle politiche di sviluppo. Si tratta di interventi che mostrano  la loro portata innovativa soprattutto in particolari settori nei quali il rapporto tra Amministrazione e imprese è più dinamico, come nel caso del governo del territorio, del turismo, dei servizi pubblici locali, delle produzione di energia da fonti rinnovabili, giusto per ricordare i principali.

E che dire poi dei modelli di collaborazione tra Amministrazioni e imprese? Collaborazione che, insieme a sussidiarietà, sembrano essere diventate le due parole d’ordine per ridefinire ruoli e compiti nella realizzazione degli interventi di interesse generale, a partire dalla realizzazione delle infrastrutture e delle opere pubbliche, oggi affidata al rilancio del partenariato pubblico-privato, mediante la valorizzazione di istituti tradizionali come la finanza di progetto e il leasing in costruendo o assolutamente innovativi come il contratto di disponibilità.

Certo, tutti, a partire proprio dagli operatori economici, sono consapevoli che c’è ancora tanta strada da percorrere e che non basta cambiare una Legge o aggiungere un nuovo modulo relazionale con la Pubblica Amministrazione per risolvere i tanti problemi che frenano il settore produttivo. È necessario, innanzitutto, che le aziende abbiano piena consapevolezza e conoscenza della nuova strumentazione amministrativa messa a disposizione per rilanciare l’economia e promuoverne lo sviluppo. Così come fondamentale è conoscere attraverso quali dinamiche il rapporto tra Amministrazione e imprese può essere migliorato e semplificato.

Fondazione CUOA, per sua natura luogo di incontro e confronto tra attori pubblici e privati del territorio e fucina di innovazione, può giocare un ruolo fondamentale in questa direzione strategica, promuovendo un uso sapiente di strumenti che possono concorrere nel concreto ad assecondare gli investimenti, liberare risorse e favorire processi virtuosi di crescita economica nell’ambito di un rinnovato rapporto PA/imprese.

 

* Professore Associato di diritto amministrativo Facoltà di Pianificazione del territorio dell’Università Iuav di Venezia

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Facebook: non solo fan, ma fan attivi!

Claudia Zarabara *

Esempio insight FacebookQuando un’azienda si apre al Social Media Marketing, è quasi matematico che cominci da Facebook.
Premesso che non è sempre vero che Facebook sia il network migliore per ogni tipo di azienda e di mercato (ad esempio in Russia spopola VKontakte), è anche vero che la creatura di Mark Zuckerberg offre da subito alcuni vantaggi.

Facebook è:
- Economico: per partire non richiede investimenti economici di alcun tipo. Eventualmente poi si deciderà se investire in advertising a pagamento.
- Consolidato: i Social Network nascono e muoiono in maniera molto rapida. Meglio investire in quelli che si sono affermati in maniera abbastanza certa. Facebook rientra tra questi.
- Internazionale: diffuso quasi in tutto il mondo. Ne sono esclusi Russia (VKontakte), Cina (QZone), Iran e Kuwait (Cloob).
- Facile da utilizzare
- Facile da aggiornare
- Indicizzato da Google
- Diffuso sui dispositivi mobili.

A titolo puramente introduttivo, si dia un’occhiata a questo video, che spiega in modo semplice le dinamiche di Facebook per il business http://www.facebook.com/business.

Stante questa premessa, e auspicando che un’azienda abbia valutato attentamente se Facebook sia lo strumento giusto per ampliare il suo business, occorre sfatare un mito: il valore dei fan.

Chi sono i fan di una business page?

Sono gli utenti Facebook che hanno cliccato su “MI PIACE” in una pagina aziendale, accettando in questo modo, di ricevere gli aggiornamenti della fan page nella loro home page.

Detta così potrebbe sembrare che, se abbiamo mille fan, tutti e mille vedranno il post pubblicato nella nostra pagina aziendale. Non è così matematico, poiché la visualizzazione dei post da parte dei fan dipende da molte variabili, ad esempio, dall’orario di pubblicazione dei post e dalla modalità di navigazione degli utenti. Ma senza entrare nei dettagli di questi aspetti la domanda è un’altra: quando un fan si comporta da tale? Quando alimenta la nostra pagina? In che modo?

Potremmo avere milioni di fan, ma se questi non lavorano perderemo il nostro tempo.

Dunque è strategico definire un aspetto: cosa significa avere dei fan significativi, che lavorano?

L’engagement dei fan, ossia la loro partecipazione alla nostra pagina, si misura principalmente attraverso tre elementi, che rendono i nostri fan delle “persone che parlano di noi”.

- i “mi piace” ad un post/foto/album o nota
- i “commenti” allo stesso
- le “condivisioni” dello stesso.

Sono queste tre operazioni, per così dire, attive, che fanno sì che il nostro fan, non solo manifesti il suo apprezzamento per il nostro lavoro, ma estenda il suo compiacimento ai suoi amici. Questo tenderà a diffondere e rafforzare il nostro brand, ma, soprattutto, porterà traffico alla nostra pagina, generando la cosiddetta portata.

Insomma, il fan viene coinvolto da quello che pubblichiamo e manifesta il suo coinvolgimento parlando della nostra pagina e portando il nostro messaggio ai suoi amici.

Ecco, è in quest’ottica che avere obiettivi meramente numerici in termini di fan non ha senso. L’azienda deve concentrarsi nel creare contenuti interessanti e coinvolgenti, capaci di spingere i nostri fan a cliccare, condividere e commentare. I fan si possono attirare con advertising a pagamento, ma farli partecipare … è un altro paio di maniche!

 

*Docente Fondazione CUOA

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Internazionalizzazione: nuovi talenti

Paolo Bellamoli *

InternazionalizzazioneInternazionalizzazione! Nel quadro di generale incertezza che oggi quasi tutte le aziende avvertono come costante di fondo del loro operare, internazionalizzazione, assieme ad innovazione, è la parola d’ordine che mette tutti d’accordo. Sfida inevitabile, o unica opportunità di sviluppo, l’internazionalizzazione è un punto fermo nelle discussioni di imprenditori, esperti, giornalisti, politici e, naturalmente, formatori.

Non è sempre stato così. Per molti anni infatti l’internazionalizzazione è stata un concetto riservato a pochi grandi gruppi, o ancora associato alla semplice attività di commercio estero. Più recentemente si è aggiunto il fenomeno della delocalizzazione, ma oggi la complessità dei mercati e le interrelazioni tra tutte le catene del valore ci hanno proiettato in un contesto nuovo, ben più articolato e difficile da interpretare.

Cosa serve quindi all’imprenditore per orientarsi in questo nuovo contesto? Di fondo, sempre le stesse cose: idee semplici e competenze complesse. Esempio di idee semplici: “Guardo ai Paesi in cui si vendono più pannolini che pannoloni” mi diceva recentemente un imprenditore. Quella che sembra solo una battuta nasconde una grande verità sull’importanza dei fenomeni demografici. In circa un secolo, il pianeta è passato da 1,6 a 7 miliardi di persone: la differenza non è attribuibile all’Europa. Le competenze necessarie sembrano invece cose note: gestione aziendale, marketing, contrattualistica, logistica, pagamenti, dogane, fiscalità. È però un’apparenza che induce molti a una sostanziale sottovalutazione delle difficoltà. In realtà, non tutti sono pronti all’internazionalizzazione, che va invece preparata e affrontata con un reale investimento in termini di risorse, soprattutto umane, e di assetto organizzativo.

Ma quali sono le nuove competenze, che, in questa fase di così profonda trasformazione, devono essere al centro dell’attenzione delle aziende e del mondo della formazione? Una risposta tra le più interessanti la fornisce Sir. Richard Lambert nell’ultimo numero di Global Focus, magazine di EFMD. In primo luogo, la capacità di gestire la diversità. Il peso sempre più rilevante che hanno i nuovi mercati e l’articolazione del processo produttivo in contesti culturali sempre più differenziati richiedono che i nuovi manager siano in grado di operare in situazioni non familiari, guardando senza soggezione o superficialità, ma anzi con sincero interesse, alle diversità. Se si pone in modo generico la domanda di cosa significhi multiculturalità in azienda, la maggior parte delle persone è probabile che pensi innanzitutto alla manodopera extracomunitaria, alle comunità ghanesi nelle concerie di Arzignano, o ai Sikh impegnati in Emilia nella produzione del formaggio. Pochi invece pensano a manager o professionisti di varie nazionalità e culture, impegnati direttamente nella gestione di processi chiave nelle medie imprese italiane e in queste efficacemente integrati. Importante sarà poi la capacità di operare nell’incertezza. L’incertezza è qui, ed è qui per restare. Molto probabilmente, nei prossimi due decenni si assisterà a cicli economici più irregolari e frastagliati di quanto non si sia visto nei decenni scorsi e la capacità di valutare se elementi incerti siano da percepire come rischio o opportunità sarà chiave nel determinare il successo delle imprese. Altro elemento: la capacità di comprendere il ruolo e il funzionamento dei governi e delle amministrazioni pubbliche. Con la crisi, si è assistito in tutto il mondo ad interventi pubblici determinanti in vari campi e, per settori quali il finanziario e l’energetico, si parla di re-regulation. Emergerà, infine, una nuova comprensione dello scopo stesso del fare business e di farlo in contesti molto diversi. Dalla formula magica del soddisfare i bisogni dei consumatori si è passati al dettato della creazione di valore per l’azionista, ma sempre più si è assistito al prevalere di visioni di breve periodo, a una aumentata insicurezza del lavoro, a un incremento delle diseguaglianze e a un distacco dalle comunità di riferimento delle aziende.

Servono quindi nuovi manager e alle pocket multinationals italiane non basterà più aver fatto iniziative commerciali o industriali internazionali. Sarà invece per loro indispensabile imparare ad “essere” internazionali, attraverso risorse umane e talenti capaci di muoversi su uno scacchiere globale. Questi talenti internazionali non sono peraltro una risorsa già pronta e disponibile o trapiantabile da contesti lontani. Devono invece essere coltivati con nuovi percorsi di crescita e, in questo, le scuole di management italiane potranno svolgere un ruolo di grande importanza. Per farlo, dovranno trovare esse stesse nuovi percorsi di internazionalizzazione.

* Direttore operativo International MBA full time

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Osservatorio Jobcareer CUOA: i dati sul mercato del lavoro

JobCareer Center *

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L’Osservatorio JobCareer della Fondazione CUOA studia e monitora gli aspetti economici e occupazionali degli Alumni Master CUOA, con particolare attenzione al mercato lavorativo del Nordest. I dati che emergono permettono di fare delle analisi e delle previsioni sull’evoluzione del mercato del lavoro.

Più in dettaglio, nel 2012 il JobCareer Center ha registrato un +15% di domande di lavoro/stage, rispetto all’anno precedente. In particolare è aumentata di quasi il 20% la richiesta di profili junior, con meno di 3 anni di esperienza. Per il 21,35% si è trattato di richieste di stage, mentre per oltre il 78,6% si è trattato di inserimento lavorativo. E ancora, il 20% di richieste di inserimento lavorativo proviene dagli ex allievi CUOA.

Questo dato conferma l’importanza del network che si viene a creare durante i percorsi formativi della Fondazione.

L’incremento delle domande è trainato dalle aree Amministrazione Finanza e Controllo, Commerciale/Vendite, Marketing e Comunicazione (insieme rappresentano oltre il 50% del totale). Sono in leggera flessione le richieste nelle aree HR e organizzazione (calate dello 0,8%) e dell’R&D/Logistica/Produzione e Lean, scese dell’1,5% nel 2012.

È elevatissima la richiesta di profili junior (con meno di 3 anni di lavoro): si tratta di oltre il 66%, in aumento rispetto all’anno precedente. Segno che la volontà di investire su professionalità giovani, che abbiano ricevuto un’adeguata formazione, rimane molto forte, nonostante il periodo di crisi.

In particolare, la gran parte delle proposte arriva dalle aziende e dalle società di consulenza, il 62,23% del campione, seguite dalle società di selezione e dalle banche (36,62%, dato aggregato).

Dal punto di vista geografico si segnala un incremento di offerte da parte delle aziende lombarde, che raggiungono il 16,3% del totale. La parte del leone continua a farla, naturalmente, il Veneto. Seguono altre regioni italiane, quali Emilia-Romagna, Friuli, Toscana, Lazio e Liguria. Dall’estero arriva invece il 4,1% delle richieste di inserimento lavorativo.

 * Osservatorio Job Career CUOA

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Gli obblighi prescritti da MIFID: in che misura gli scenari probabilistici potrebbero contribuire all’assolvimento degli obblighi

Emilio Girino *

IMG_1222Il ridisegnato impianto della valutazione di adeguatezza, costruito dagli artt. 39-42 del Reg. 16190, viene ora riportato sul banco di prova dagli Orientamenti su alcuni aspetti dei requisiti di adeguatezza della direttiva Mifid, emanati dall’Esma ed entrati in vigore dal 22 dicembre 2012.

Il documento ha un contenuto alquanto sorprendente. Scorrendolo, vi si rinvengono proposizioni, che, a prescindere dalla forza precettiva, di per sé flebile, di una carta di orientamento, cioè di un’interpretazione –  appaiono del tutto inutili, se non per quelle parti in cui finiscono col confessare il reiterato fallimento di quelle che, nelle intenzioni del legislatore, avrebbero dovuto essere le disposizioni riformatrici di un sistema per il resto ipocrita, imbelle e asservito a logiche prettamente lobbistiche.

Meno stupefacenti, ma indiscutibilmente più inquietanti, sono invece talune proposizioni che, se per un verso inducono a ritenere che l’applicazione in concreto della disciplina lasci alquanto a desiderare.

Tre in particolare le indicazioni atte a suscitare una siffatta allarmata perplessità:

a)      il meticoloso richiamo ai principi del KYM (know your merchandise) (§§ 24-28);

b)      la rammentata necessità che i servizi di consulenza e gestione “tengano conto di un  adeguato livello di diversificazione del rischio” (§ 60.a);

c)      la cautela nell’affidarsi all’autovalutazione del cliente (§§ 41-46).

Ma è la terza indicazione a fornire una precisa misura della sostanziale disapplicazione delle disposizioni in tema di valutazione di adeguatezza. E sul punto lo stesso linguaggio dell’autorità tradisce un evidente imbarazzo nel biasimare, sia pur in modo molto edulcorato, quella che parrebbe essere una prassi diffusa, ossia l’espletamento del processo di apprezzamento attraverso l’autovalutazione da parte del cliente. Sul punto l’Esma ha cura di rimarcare che gli intermediari non dovrebbero fare “indebitamente affidamento sulle autovalutazioni dei clienti” circa le loro conoscenze ed esperienze e la loro situazione finanziaria (§ 41). Principio che poi viene declinato attraverso raccomandazioni più specifiche che, lette alla rovescia, sembrano delineare il reale modello comportamentale in essere nei mercati.

Si avverte, dal cumulo di queste indicazioni, la netta sensazione, spesso verificabile in prassi come certezza, che la profilazione del cliente tenda ad essere pilotata dallo stesso intermediario, spostandosi così il baricentro di responsabilità dal secondo al primo e con ciò producendosi l’effetto esattamente opposto a quello cui la direttiva mirava. Le disposizioni in tema di adeguatezza avrebbero dovuto ovviare al sopradetto risultato di meccanica autoresponsabilizzazione del cliente attuata grazie al disbrigo del burocratico incombente del consenso ed affidare al soggetto professionale, asimmetricamente avvantaggiato sul piano della conoscenza, il compito di supplire alla tendenziale incapacità autovalutativa del cliente: le indicazioni dell’Esma rivelano invece una realtà di segno inverso, in cui nuovamente l’intermediario tende ad onerare il cliente di un compito e di una responsabilità che non appartengono al secondo bensì al primo.

La soluzione del problema sta altrove.

Può darsi per assodato che, se da un lato l’investitore, quali che ne siano le ragioni, bias cognitivi o pecuniaria ingordigia, sia incline a sottovalutare il rischio reale di un investimento e, dall’altro, l’intermediario spesso non disdegni tale attitudine e talvolta non esiti a incoraggiarla, non è men vero che le norme positive sono estremamente chiare nell’intento di prevenire ogni distorsione, affidando alla parte professionale siffatto compito, indubbiamente ingrato, di profilassi.

Una piena, costante, disinteressata e accudente azione protettiva del cliente ad opera dell’intermediario non sia oggettivamente conseguibile attraverso un pur sofisticato “approccio investigativo” e che un simile obbligo, in un modo o nell’altro, verrà comunque aggirato per quanto solidi possano essere i presidi coi quali la Legge ne assista l’assolvimento.

Se l’obiettivo di tutela della parte “debole” è certamente coonestabile in ambito finanziario in ragione dell’indiscutibile rilievo sociale del risparmio, diviene invece del tutto irrealistico supporre che lo stesso possa conseguirsi affidando siffatta tutela alla parte “forte”.

Due, in tal senso, le linee sulle quali il legislatore potrebbe agire.

La prima linea consiste nell’introduzione di un secco divieto di vendita di determinati prodotti a determinate categorie di investitori. Dovrebbe dunque proibirsi, ad esempio, il collocamento di obbligazioni strutturate presso piccoli investitori (per tale intendendosi coloro che dispongano di un complessivo capitale finanziario non superiore ad una data e predefinita soglia: 1 milione di euro ad esempio in luogo dell’irrealistico parametro di 500.000 previsto dalla disciplina vigente al fine del test di professionalità) e, oltre tali limiti, introdurre soglie percentuali massime all’investimento.

La logica del “vietato ai minori” non è affatto scandalizzante o reprimente, dato che la stessa già trova applicazione per i cc.dd. fondi riservati o per la reimmissione sul mercato retail di prodotti che abbiano costituito oggetto di una preventiva offerta al pubblico esente dall’obbligo di prospetto (cfr. art. 100/bis comma 3° t.u.f.). Dunque, si tratta semplicemente di affinare quel principio e di conferirgli un più vasto raggio di applicazione. Buona parte dei problemi già sarebbero per questa via risolti.

La seconda linea è ancor più semplice da perseguire, anche perché l’ordinamento già la persegue. Il riferimento è qui rivolto all’impiego dei cc.dd. scenari probabilistici, ossia a quelle rappresentazioni che, basandosi su metodi matematici accreditati dalla scienza probabilistica, consentono di stimare e, soprattutto di quantificare il grado di rischio dell’investimento attraverso l’esposizione, in forma sintetica e del tutto comprensibile  anche al meno attento degli investitori, delle differenti probabilità che un dato investimento generi profitti o perdite.

Se all’investitore si rappresenta in una tabella riassuntiva che, ad esempio, il rendimento negativo sarà pari al 25%, quello neutro al 70%, quello positivo al 5%, l’investitore potrà avvedersi che l’investimento gli darà 25 probabilità su 100 di perdere e 75 di stare al sicuro e quindi, in termini più “raffinati”, 1 probabilità su 4 di perdere, 2,8 su 4 di riottenere il mero capitale e 0,2 su 4 di guadagnare. Se poi, come la tecnica costruttiva dello scenario probabilistico prevede, si andrà anche a quantificare il c.d. valore centrale del singolo scenario, ossia una media del livello di profitto o di perdita che al verificarsi di quel dato scenario il prodotto potrebbe generare, l’informazione acquisirà una portata decisamente più nitida e porrà tanto l’investitore quanto l’intermediario nel reciproco imbarazzo di, rispettivamente, chiedere o proporre quel dato prodotto ove la prospettiva additi un rischio incompatibile con il profilo e gli obiettivi di investimento del cliente.

Per ulteriori informazioni sui temi di questo articolo contatta CUOA Finance (cuoafinance@cuoa.it)


* Avvocato, STUDIO GHIDINI, GIRINO E ASSOCIATI

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Dall’IT paradox all’IT leverage

Paolo Gubitta *

Image courtesy of renjith krishnan / FreeDigitalPhotos.netNella storia, la relazione tra gli investimenti nelle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) e la crescita della ricchezza e del benessere di un sistema economico è stata un po’ burrascosa.
Nel corso degli anni ’80, negli Stati Uniti si verificò il cosiddetto productivity paradox, ovvero una paradossale decelerazione della produttività (productivity slowdown) a fronte di ingenti investimenti in ICT. Il fatto era talmente evidente che il premio Nobel Robert Solow nel 1987 giunse ad affermare che “you can see the computer age everywhere but in the productivity statistics”.

Rispetto a quella stagione, oggi le ICT incidono veramente sul futuro di una comunità, tanto che si può parlare dell’esistenza di un IT Leverage, ovvero di un differenziale di benessere che deriva dalla dotazione e dalla diffusione capillare delle nuove tecnologie nel sistema sociale ed economico.

A livello di imprese, è ormai opinione condivisa che per ottenere questi risultati non basta installare le soluzioni IT, ma è necessario riorganizzare il lavoro, introdurre nuove pratiche manageriali e modificare in modo coerente le strategie e i processi di business. Solo a queste condizioni, le IT hanno un effetto leva sulle performance economiche, finanziarie e competitive delle imprese.

La ricerca di Unicredit “La digitalizzazione delle imprese italiane: efficienza, innovazione e conquista di nuovi mercati” mette a confronto le modalità per realizzare questo effetto leva adottate dalla imprese piccole, medie e grandi, dimostrando che la dimensione d’impresa non è un vincolo alla digitalizzazione dei processi.

* Direttore scientifico Area Imprenditorialità

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Lean e strategia: alcune riflessioni

Andrea Furlan *

Image courtesy of Stuart Miles / FreeDigitalPhotos.netNella ricca letteratura sull’applicazione delle tecniche del lean management ci sono alcune evidenze che incuriosiscono. Una survey del 2007 fatta su imprese industriali americane mostra che, mentre il 70% delle imprese adotta le tecniche lean, circa il 74% di queste si dichiara insoddisfatto dei relativi risultati (Pay, R., 2008. Everybody’s jumping on the lean bandwagon, but many are being taken for a ride. Industry Week; March 05, 2008). Analogamente, una ricerca precedente mostra che solo l’11% delle imprese apprezza i progressi delle loro attività di kaizen e miglioramento continuo (Mendelbaum, G., Keep your eye on the ball. APICS Magazine, January 2006).

Come evidenziato da diversi studi, una delle cause del mismatch tra aspettative e risultati dei programmi di miglioramento è l’eccessivo focus sulla dimensione “tecnica” del lean. Per i “fautori” del lean l’obiettivo molto spesso è diventare il “più lean possibile” cercando di massimizzare indicatori come il numero di kaizen weeks, la riduzione dei tempi di set up, il numero di codici gestiti in kanban, il livellamento del programma di produzione, il tasso di turnover del magazzino, e così via. Purtroppo questo approccio “tecnico” troppo spesso perde di vista la prima, e più importante, fonte di spreco: avere una strategia sbagliata o, peggio ancora, non avere una strategia!

L’implementazione di tecniche operative a supporto di una strategia sbagliata non può portare a un vantaggio competitivo sostenibile nel tempo e quindi non può produrre i risultati attesi. Se non sono amalgamate in una corretta strategia e nell’organizzazione dell’impresa, le singole tecniche sono infatti facilmente imitabili dai concorrenti e quindi esposte a un inevitabile processo di omologazione competitiva.

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In un recente volume, Michel Porter (professore di Harvard e guru mondiale sul team della strategia di impresa) afferma che il peggiore errore, e l’errore più comune per un’impresa, è non avere una strategia. Rendere più efficienti i processi interni, attraverso l’implementazione dell’approccio snello, non è strategia ma rientra nella tattica di breve periodo. Un’impresa ha una strategia quando ha una value proposition unica e distintiva rispetto ai concorrenti e una catena del valore vestita attorno a questa value proposition: usando le sue parole “strategy is about being different”.

Il primo passo per definire una strategia è chiedersi cosa il cliente vuole e l’impresa non gli sta offrendo. Prezzi più bassi? Maggiore qualità? Temi di consegna più veloci? Maggiore flessibilità nelle consegne? Una innovazione di prodotto più spinta o veloce? Più servizio? Una non risposta, o una risposta scorretta a queste domande, è la prima fonte di spreco.

La conseguenza è che le tecniche lean adottate acriticamente, ossia senza un legame analitico con le risposte a queste domande, vengono snaturate dalla stessa filosofia lean che si fonda sulla caccia agli sprechi. La riduzione dei tempi di set-up attraverso l’applicazione delle tecniche SMED è uno spreco se il cliente non chiede maggiore flessibilità. La riduzione del magazzino di prodotti finiti in settori ad elevata marginalità è uno spreco se avviene a scapito del livello di servizio al cliente. Un livellamento eccessivo del programma di produzione è uno spreco se il cliente non richiede consegne così frequenti.

In tempi di crisi, l’allineamento tra strategia e azioni operative diventa ancora più importante. Crisi, soprattutto quella che stiamo vivendo in questi anni, significa cambiamento. Cambiamento nei gusti dei consumatori, nella quantità e nella qualità di cose acquistate, nelle tecnologie di prodotto e di processo, nella geografia dei mercati e dei sistemi produttivi, nei modi e negli strumenti di comunicazione. Sviluppare o adottare tecniche o competenze che non sono coerenti con questi cambiamenti riduce quello che in letteratura viene chiamato evolutionary fitness, ossia la capacità dell’impresa di essere in “empatia” con il proprio ambiente di riferimento. La cronaca economica corrente fa emergere molte situazioni di questo tipo ossia di imprese che, nonostante cambiamenti epocali e di lungo periodo, non hanno saputo, o voluto, cambiare la propria strategia e hanno continuato a perseguire “vecchie” ricette ritenute di successo in quanto efficaci in tempi passati. La capacità di cambiamento della strategia e del modello di business diventa quindi la competenza più importante per la sopravvivenza e la prosperità dell’impresa.

 

* Docente CUOA, Professore Associato di management, Facoltà di Economia e Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali, Università degli Studi di Padova

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Come “esportare l’Italia”?

Franco Barin *

Image courtesy of Stuart Miles / FreeDigitalPhotos.netA gennaio 2013 l’OCSE e il Wto hanno presentato il nuovo metodo di stima dei flussi del commercio mondiale denominato TIVA, Trade in value added.
Il metodo analizza il valore aggiunto delle esportazioni di beni e servizi di ciascuna Nazione, partendo dal principio che la capacità di una Nazione di vendere al mondo dipende dalla capacità e disponibilità ad acquistare dal resto del mondo. Ragionando in questo modo diventa evidente il contributo delle catene del valore alla produzione globale; per esempio, ne deriva che l’export italiano si compone per il 51% di servizi, particolarmente presenti nel settore alimentare e degli equipaggiamenti per trasporti. O che le auto tedesche per il 30% …non sono tedesche.Parlare di valore aggiunto e di servizi in questi termini comporta la presa d’atto dell’importanza che gli elementi non fisici incorporati nei prodotti, gli intangibili, assumono, nei contesti dei mercati mondiali.

Anche la Commissione Europea, con il progetto Innodrive, ha posto l’accento sulla dimensione dell’intangibile all’interno dei metodi di rilevazione dei GDP dei paesi Ue, stimandone un potenziale incremento medio del 5,5% grazie alla loro contabilizzazione. Per l’Italia significherebbe un aumento del PIL di circa 75 miliardi di euro (!!).

Tutto ciò deve fare riflettere noi Italiani sulle modalità con le quali promuoviamo e tuteliamo nel mondo la nostra identità, e la sua manifestazione più accattivante che è la creatività insita nelle aziende. Caratteristica tipicamente nostra, alla quale a parole diamo enorme importanza, ma che nei fatti viene interpretata in modo scorretto dai mercati a causa dei fenomeni di Italian sounding sui quali il sistema Italia, colpevolmente, non interviene.

Le indicazioni che emergono da metodi come il Tiva, da progetti come Innodrive, devono invece essere attentamente valutate e interpretate.
Per capire con quale efficacia e tempestività possiamo finalmente esportare l’Italia in modo nuovo, più aderente alla realtà di questo secolo, creando una spinta promozionale, di tutela ed economica di grande rilievo per tutto il sistema economico. E che nel medio lungo periodo rappresenti una fattore di radicamento e crescita delle produzioni nel nostro Paese.

* Founder brainINitaly

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Osservatorio CUOA Jobcareer: nel 2012 le offerte di lavoro registrano un +15%. Le imprese vogliono sempre più junior.

Job Career Center*La formazione resta un percorso fondamentale: nel 2012 aumenta la richiesta di alti profili. JobCareer Center ha gestito il 15% in più di domande rispetto al 2011.

JobCareer Center, osservatorio della Fondazione CUOA sul mondo del lavoro, diffonde i risultati del bilancio 2012. L’anno appena concluso ha registrato un incremento del 15% delle domande di inserimento lavorativo o stage all’interno delle aziende, rispetto all’anno precedente. In particolare è aumentata di quasi il 20% la richiesta di profili junior, con meno di 3 anni di esperienza. Per il 21,35% si è trattato di richieste di stage, mentre per oltre il 78,6% si è trattato di inserimento lavorativo.

Il 20% di richieste di inserimento lavorativo proviene dagli ex allievi CUOA, questo dato conferma l’importanza del Network che si viene a creare durante i nostri percorsi formativi.

L’incremento delle domande è trainato dalle aree Amministrazione Finanza e Controllo,  Commerciale/Vendite, Marketing e Comunicazione (insieme rappresentano oltre il 50% del totale). Sono in leggera flessione le richieste nelle aree HR e organizzazione (calate dello 0,8%) e dell’R&D/Logistica/Produzione e Lean scese del 1,5% nel 2012.

Un elemento confortante e promettente, a conferma di un trend già visibile alla fine del primo semestre 2012, è l’elevatissima richiesta di profili Junior (con meno di tre anni di lavoro): si tratta di oltre il 66% dei profili, in aumento rispetto all’anno precedente.
Segno che la volontà di investire su professionalità giovani, che abbiano ricevuto un’adeguata formazione, rimane molto forte, nonostante il periodo di crisi.
In particolare, la gran parte delle proposte arriva dalle aziende e dalle società di consulenza, il 62,23% del campione, seguite dalle società di selezione e dalle banche (36,62%, dato aggregato).

Dal punto di vista geografico si segnala un incremento di offerte da parte delle aziende lombarde, che raggiungono il 16,3% del totale. La parte del leone continua a farla, naturalmente, il Veneto. Seguono le altre regioni italiane quali: Emilia-Romagna, il Friuli Toscana e il Lazio e la Liguria.

Dall’estero arrivano il 4,1% delle richieste di inserimento lavorativo che rappresentano la quarta percentuale sul totale dei campioni in esame. Le offerte estere provengono principalmente da Francia, Spagna, Est Europa, Germania, Cina, Argentina e Stati Uniti.

* Osservatorio Job Career Center, Fondazione CUOA

infografica(infografica a cura di MediaLab)

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