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3 articoli in marzo 2010

22/03/2010

Ieri, oggi, domani, Toyota!

Arnaldo Camuffo *

Arnaldo Camuffo al Lean Society Summit 2009 Volo XY999 con destinazione finale Orlando, Florida. Sto andando al Lean Summit del Lean Enterprise Institute di Jim Womack, l’incontro annuale che fa il punto sullo stato di diffusione dell’approccio Lean negli USA e nel mondo.

Penso che mai Lean Summit è stato più atteso e tempestivo. Recentemente Akio Toyoda si è fatto volontariamente torchiare dal Congresso USA, ha offerto il petto alle critiche ammettendo le imperfezioni dell’azienda fondata dai suoi avi e forgiata da Taiichi Ohno e Shigeo Shingo, e ha fatto l’atto di contrizione che il mercato USA si aspettava.

Mentre leggo i giornali e mi preparo al Summit (per motivi di budget si viaggia in classe economica) ecco l’occasione: un volo è quasi sempre un’esperienza straordinaria, che offre una quantità smisurata di spunti di riflessione e occasioni di apprendimento su come le imprese organizzano i propri processi e su come le persone si comportano all’interno di essi. Basta sapere osservare.

Arriva il momento del pasto a bordo e gli assistenti, dopo i riti della partenza (annunci di sicurezza che nessuno ascolta, cuffiette che molti già hanno, salviette rinfrescanti che nessuno usa, ecc.) cominciano le solite giaculatorie lungo il corridoio: “lasagna o carne?”. Solo che questa volta accade qualcosa.

La passeggera seduta al posto 11C si accorge che la lasagna è fredda surgelata! E dopo di lei, altri passeggeri, dopo aver messo a dura prova la sensibilità al freddo di molari e canini, iniziano a lamentarsi. È il pandemonio. Mentre ci si lamenta, l’equipaggio inizia una folle corsa per placare il flusso di proteste. I pasti surgelati vengono ritirati (recalls anche qui, come per Toyota) per riscaldarli; i carrelli vanno e vengono con gli assistenti che sudano.

Lentamente, con fatica, disordine e scontentando un po’ tutti, la situazione torna alla normalità. Molti di quelli che volevano la lasagna hanno ripiegato sulla carne. Si è formato un ingorgo in coda all’aereo per gli acquisti duty free (il che è anche contro le norme di sicurezza di bordo). Il primo film inizia con ritardo con il risultato che il secondo film in programma sarà troncato a 5 minuti dalla fine perché l’atterraggio incombe.

Quanto cose si imparano solo osservando direttamente i processi avendo attenzione al miglioramento; quanto muda (spreco) e quanto muri (sovraccarico e stress) che, solo vedendo e volendo, si potrebbero facilmente eliminare.

Tutto ciò è avvenuto senza che nessuno del personale di bordo si sia fermato un attimo a cercare di capire cosa stava accadendo, in che cosa consisteva il problema, perché si era presentato, quali opzioni erano disponibili per risolvere il problema, quale tra tali contromisure era eventualmente la migliore e come evitare che il problema potesse ripresentarsi, sul volo successivo, sull’aereo simile, sulla tratta adiacente.

Tutti lavoravano, tutti erano indaffarati (chi più e chi meno, a dire il vero), ma nessuno operava dando un senso alla propria azione, in modo coordinato, rispetto al cliente e al valore percepito. Esempi:
  1. La routine richiede che i pasti siano riscaldati prima di essere distribuiti. Ma se le lasagne erano surgelate, allora vuol dire che nessuno (dei 6, dico 6!) assistenti di bordo nella cabina classe economica ha controllato la temperatura dei pasti, o pensato al funzionamento dei termoconvettori; ciò significa che l’equipaggio non conosce come funzionano le attrezzature, o che se ne disinteressa, oppure che le attrezzature non sono adeguate, oppure che gli addetti alle manutenzioni di bordo non fanno il loro lavoro
  2. Una volta manifestatosi il problema, nessuno ha riflettuto, ha raccolto le informazioni in modo ordinato, ha provato a mettere insieme gli indizi e a riflettere, per un attimo, su cosa era accaduto e cosa fare; tutti a fare qualcosa, ma senza un senso
  3. Una volta “risolto” il problema, nessuno ha svolto alcuna attività di analisi; per l’equipaggio, business as usual, solo più stressati di prima, più demotivati di prima, e più presuntuosi di prima, in quanto sicuri di “essersi fatti in quattro” e di aver lavorato oltre il proprio mansionario, nonostante l’azienda.
La mia esperienza dice che questo modo di operare e di organizzare le attività non è un caso isolato, ma anzi, è la norma, in molte imprese, di servizi e industriali, grandi e piccole, private e pubbliche. E allora, in questo come in molti altri casi, non servirebbe un po’ di sano metodo Lean (o Toyota, o come altro volete chiamarlo)?

Ad esempio, un piccolo termostato che funzioni da Andon (quadro di controllo) per verificare immediatamente la temperatura dei pasti prima di distribuirli, o qualche meccanismo (anche qui semplice, da studiare con i manutentori) che serva da poka yoke (a prova di errore) per i termoconvettori. Oppure una standard work chart bene in vista che riporti non solo le operazioni da svolgere (ad esempio verificare che i pasti siano caldi prima di distribuirli o che i termoconvettori funzionino), ma anche il perché vanno svolte e se sono critiche o meno. O ancora un minimo addestramento su come l’equipaggio deve fare problem solving, oppure anche la sana abitudine di fare seriamente un breve incontro del team di bordo all’inizio, a metà e verso la fine del volo per “prevenire invece che curare”, capire come sta andando il volo, cogliere il livello di soddisfazione dei passeggeri.

Così, mentre tutti adesso ce l’hanno con Toyota e finalmente possono sfogare frustrazioni e invidie durate decenni dicendo “così la smetterete con questa storia della qualità totale e del miglioramento continuo” (parole testuale di un caro amico, top manager di una grande impresa), le imprese continuano a essere gestite male (spesso molto peggio della Toyota più recente), senza un sistema che sia “di diffuso buon senso” (in Toyota direbbero “scientifico”), attraverso regole e procedure che portano al peggioramento e non al miglioramento dei processi, attraverso persone che pensano di lavorare bene, ma in realtà lavorano male, che pensano di servire il cliente ma in realtà lo sconcertano e lo deludono.

Mai come oggi, l’approccio Lean può fare la differenza nelle nostre imprese. Per questo, parafrasando lo slogan di Toyota, nonostante essa sia alle prese con la peggiore crisi della sua storia, dal punto di vista dei principi di management non possiamo, paradossalmente, che ribadire con forza: ieri, oggi, domani, Toyota!


* Arnaldo Camuffo, Direttore Scientifico del Lean Enterprise Center of Italy, Fondazione CUOA, Member Board of Directors, Lean Global Network e Professore Ordinario di Organizzazione Aziendale, Università Bocconi, Milano.

15/03/2010

Facebook, Twitter, Linkedin… per trovare e parlare di lavoro

Claudia Zarabara *   Lorenzo Amadei **

9027 Di social network oggi si fa un gran parlare.
Sono tra i siti più visitati al mondo (da un’analisi di comScore, risulta che in Europa quasi il 75% degli utenti Internet visita almeno una volta al mese un social network) e nonostante il più noto sia ormai senza dubbio Facebook, in realtà di social network ce ne sono molti. Anzitutto è opportuno distinguere SN generalisti (ad es. Facebook, MySpace…) da quelli “professionali” (LinkedIn, Video…); a questi poi vanno aggiunti quei siti nati come deposito/archivio/condivisione di specifici tipi di file (Flickr e Picasa per le foto, YouTube per i filmati, Slideshare per le presentazioni) e che con il tempo hanno assunto carattere simile ad un SN.

Possono servire per cercare lavoro o, comunque, per promuoversi? E possono essere utilizzati, invece, come mezzo per aggiornarsi, per apprendere?

Sicuramente sì, a patto che li si conosca bene e che, conseguentemente, li si utilizzi in modo corretto e mirato, tenendo conto delle rispettive caratteristiche, dei bacini di utenza, degli “stili” di comunicazione e di interazione.

I Social Network sono utili in due direzioni:
  • servono a creare relazioni, reti, network e questo è l’aspetto principale da sfruttare, ricordandosi che il proprio profilo professionale acquista valore in rapporto alle relazioni professionali che si creano, ai gruppi cui si appartiene ecc. I Social Network, inoltre, permettono per loro natura aggiornamenti in tempo reale ed è, quindi, immediato e facile aggiornare il proprio CV o le proprie ricerche
  • danno visibilità, ci rendono ricercabili in rete e in questo senso è importante farsi trovare e farsi trovare bene!

Partiamo da Facebook (ma le considerazioni valgono anche per MySpace, Badoo e altri): le relazioni che si costruiscono sono di tipo personale e amicale (la mission dichiarata nella home page di Facebook dice “Ti permette di tenere i contatti con le persone cui vuoi bene”), quindi non molto utili per cercare lavoro. Grazie però alla presenza sempre crescente di aziende, può essere lo strumento ottimale per informarsi ed essere aggiornati sulle loro attività, su eventuali ricerche di personale pubblicate nella propria pagina (sempre che lo facciano, ma questo è un altro problema: Ernst & Young per esempio lo fa, dedica una pagina specifica al recruitment), per tenersi aggiornati su tematiche di proprio interesse, ad esempio tramite uno delle migliaia di gruppi di discussione presenti e dedicate agli argomenti più svariati.
Un’attenzione particolare, parlando di Facebook: ricordarsi che tutto quello che si pubblica è e rimane visibile. Quindi, attenzione alle foto che si pubblicano (una foto che ci ritrae completamente ubriachi può essere divertente da condividere con gli amici… ma diventa un pessimo biglietto da visita per chi non ci conosce e cerca informazioni su di noi!), ai commenti e alle opinioni, soprattutto su temi “delicati” come la politica.

Il Garante sulla Privacy ha pubblicato un documento nel quale “mette in guardia” dai Social Network: “Social Network: attenzione agli effetti collaterali”. Tra i vari spunti di quel documento:

  • sai che le società di selezione del personale cercano informazioni sui candidati, utilizzando i principali motori di ricerca on-line?
  • le foto che hai pubblicato sui Social Network e i post che hai inserito potranno danneggiarti nella ricerca del tuo prossimo lavoro?
  • il curriculum che hai spedito all’azienda corrisponde con quello che hai messo su Internet?
  • quello che racconti della tua vita nelle tue “chiacchiere on line” è coerente con le tue aspirazioni professionali?
Decisamente di orientamento più “lavorativo” è LinkedIn (ma anche Viadeo, Xing ecc.), Social Network esplicitamente orientato alla creazione di reti professionali: il punto di partenza è la creazione, condivisione e pubblicazione del proprio CV. Gli studi effettuati, le aziende per le quali si è lavorato e per cui si lavora attualmente, i contatti professionali che già si hanno, le “recommendation” da parte di colleghi, partner di affari… sono tutti elementi che contribuiscono a creare il profilo professionale di una persona ed in effetti sempre più spesso gli uffici di selezione, i responsabili Risorse Umane, le società di ricerca personale utilizzano LinkedIn sia per cercare nuovi possibili candidati, sia per cercare conferme alle candidature che ricevono.

LinkedIn, dunque, può essere il posto ottimale per promuoversi, per cercare lavoro, a patto di usarlo con un po’ di attenzione. Ricordiamo che il CV va tenuto aggiornato, è opportuno scegliere con attenzione le parole chiave in modo da renderlo più facilmente rintracciabile, va curata la propria rete di relazioni e contatti (fondamentale per validare il proprio CV e per promuoversi), si può agganciare al proprio profilo una presentazione di Slideshare o un videoCV pubblicato in YouTube… 

E a proposito di YouTube: oltre alla possibilità di pubblicare un proprio videoCV da linkare poi dal proprio profilo LinkedIn o da indicare nella propria candidatura quando la si invia ad un’azienda, YouTube può rappresentare un ottimo strumento per aggiornarsi, per apprendere. Basta cercare l’argomento che si desidera approfondire e quasi sicuramente si potranno trovare video di lezioni, presentazioni, dimostrazioni, interventi a convegni che ne parlano: una fonte di informazione e di formazione praticamente illimitata.
Lo stesso meccanismo vale per un altro grande contenitore, questa volta dedicato in primo luogo alle slides e alle presentazioni (anche se ultimamente aperto a diversi altri tipi di file): Slideshare. In questo caso le opportunità che si hanno sono due: da un lato promuoversi pubblicando le proprie presentazioni e le proprie slide per presentarsi, per dimostrare le proprie competenze e quello che si è fatto; dall’altro, ancora una volta, è un enorme archivio di materiali pubblicati da altri, che ci possono essere utili come strumenti di formazione e aggiornamento.

Ci limitiamo a citare i blog, senza grandi approfondimenti, solo per ragioni di spazio: aprirsi un blog in cui si raccolgono le informazioni su un determinato tema, si postano i propri commenti e le proprie riflessioni sullo stesso, si intavolano discussioni derivanti da un proprio articolo è un altro ottimo modo per acquisire visibilità, per dimostrare le proprie competenze, i propri interessi e per acquisire una certa autorevolezza sui temi trattati.

In fondo, riassumendo, è proprio qui la grande differenza tra Web e Web 2.0: ora è il singolo utente che può diventare protagonista, perché ha a disposizione strumenti estremamente semplici, che non richiedono alcuna conoscenza tecnica e di codice. Sta alla singola persona, quindi, conoscere gli ambienti e le caratteristiche del Web 2.0 (di cui i Social Network sono i più famosi esponenti, probabilmente) per poterli sfruttare anche in ottica lavorativa e professionale.
I Social Network, insomma, richiedono alla persona di impegnarsi in prima persona e proattivamente: non ci si limita più ad attendere le proposte di lavoro, ma ci si attiva per presentarsi, per dimostrare le proprie capacità, per creare rete, per mettere a frutto le proprie relazioni personali e professionali.

* Claudia Zarabara, ** Lorenzo Amadei
Fondazione CUOA

(articolo apparso anche sul Blog Lavoro di Leiweb)

03/03/2010

Le aziende verso il Web 2.0

Lorenzo Amadei *

Scorcio Quindi le aziende si stanno muovendo verso il Web 2.0… Sì, ok, ma cosa significa?

Il Web 2.0, rispetto a prima, ha portato ad un diverso ruolo dell’utente finale, che può diventare protagonista (e sottolineo “può” perché di solito si dice che l’utente finale "è" protagonista… ma raramente poi nella pratica è così, solo in minima percentuale).

E l’azienda?

Beh, volendo riepilogare sinteticamente le nuove vie che si aprono all’azienda, grazie al Web 2.0, potremmo fare alcuni esempi:

Social network: questi spazi oggi sono in costante crescita, tutti ne parlano, gli utenti attivi sono milioni… Quindi anzitutto sono validissimi strumenti di comunicazione e di presentazione dell’azienda: creare una business page è questione di pochi minuti in Facebook, e peraltro è notizia di questi giorni che Google indicizza anche i contenuti provenienti dalle pagine pubbliche e aziendali di Facebook, MySpace e Twitter.
Ma sono anche canale di contatto con utenti e clienti attuali e potenziali, di fidelizzazione (grazie ai “fan” della pagina); possono servire a verificare “cosa si dice” dell’azienda (nei gruppi di discussione, ad esempio) e così via. Da notare peraltro che l’utilizzo e la presenza dell’azienda nei social network non implicano alcun costo che non sia quello delle persone che seguono la cosa: la creazione degli ambienti aziendali/promozionali è infatti gratuita.
Qualche considerazione a parte meritano i social network professionali (come LinkedIn per esempio), che invece possono essere strumenti ottimali per ricavare informazioni sul curriculum vitae di potenziali collaboratori, per cercare nuovi contatti professionali (sia tra persone, che tra aziende), per dimostrare le proprie competenze su determinati temi e riaffermare quindi il valore e l’expertise dell’azienda.

Intranet: le intranet aziendali non nascono certo adesso! Tuttavia vengono sempre più spesso riviste e ripensate in ottica 2.0, in cui i singoli dipendenti e collaboratori interagiscono tra loro in stile molto “social”, scambiandosi, all’interno di piattaforme condivise, opinioni, consigli, parlando di lavoro, ma anche di temi personali. Non mancano esempi di collaborazione online su progetti e creazione di prodotti nuovi (ad esempio il caso Indesit), rivelandosi quindi come l’occasione e lo strumento per far emergere competenze che finora rimanevano invisibili o sottovalutate, oltre che per incidere positivamente sul clima aziendale.

Cloud computing: neanche questo è un fenomeno nuovo, ma nel Web 2.0 ha trovato una propria collocazione e una propria identificazione e definizione (insomma ha finalmente un nome proprio e altisonante…). L’idea di base è "esternalizzare" parti dell’infrastruttura informatica e/o dei servizi a questa connessi: usare cioè infrastrutture, servizi, componenti direttamente da Internet anziché detenerli all'interno dell'azienda.
Pensiamo alla galassia dei servizi google, per esempio, in cui la posta, le discussioni, l’archivio documenti, l’agenda, i backup… possono essere gestiti esclusivamente online, tutto attraverso il normalissimo browser, senza bisogno di altro. Per arrivare al passo successivo, di usare i software online, per cui, anziché scaricare il software sul pc, ci si collega online ad un sito e da lì si usano i programmi: già lo stesso Google lo permette (pensiamo agli strumenti di editing di GoogleDocs), e il prossimo Office di Microsoft dovrebbe proprio andare in questa stessa direzione.

Naturalmente questi sono solo alcuni spunti: sono molte le possibilità che si aprono per le aziende ed è un mondo che sicuramente va conosciuto e che altrettanto sicuramente merita di essere indagato e avvicinato. Questo non significa però “buttarcisi a pesce” senza un minimo di riflessione e senza conoscerne anche limiti e problemi…


* Lorenzo Amadei - Fondazione CUOA