Il fatto che nel linguaggio della comunità finanziaria si parli apertamente di "Basilea 3" dà il senso di una importante modifica all’impianto regolamentare. Ma si tratta di Basilea 3 o come dicono altri autori di "Basilea 2 e ½"?
Senza entrare in questo dibattito linguistico, è utile una piccola contabilità delle pagine del comitato. L’impianto di Basilea 2, declinato nella circ.263 della Banca d’Italia, si compone di 624 pagine. I paper di basilea 3 (per l’esattezza paper 158 e 159 di luglio 2009, 164 e 165 di dicembre 2009) sommano a 173 pagine. Si tratta dunque certo di modifiche rilevanti e sostanziali. Che tipo di modifiche?
In altri interventi avevo sottolineato che la ratio di Basilea (anche di Basilea I) consiste con una semplice metafora nella verifica che l’argine (il patrimonio di vigilanza) sia sufficiente a far fronte alle piene del fiume (i rischi e le perdite impreviste che ne derivano, cosiddetto requisito patrimoniale).
In questo Basilea 3 innova in tre direzioni:
- Una misura più rigorosa dell’argine. Il patrimonio di vigilanza si avvicina sempre di più al capitale di rischio in senso stretto (common equity). E’ come dire che i sacchi di sabbia sull’argine non sono argine effettivo
- Maggiore prudenza nella stima delle possibili piene del fiume. In concreto, sono stati modificate le logiche statistiche o le griglie tabellari di stima dei rischi. Le misure più effettive riguardano la misura dei rischi di mercato e del rischio di controparte, cioè il rischio creditizio associato ai derivati, che per la sua volatilità può rapidamente portare le banche in situazioni di crisi
- Oltre all’irrobustimento dei criteri su patrimonio e rischi, sono state introdotte misure sostanzialmente nuove, come se si fosse previsto quindi un sistema di canali, golene, chiuse per fare fronte alla contingenze. Tra queste, le misure sulla liquidità, che richiedono alle banche di soddisfare certi equilibri, sia di breve sia di medio termine, sulla capacità di far fronte a fabbisogni improvvisi di liquidità, e il provisioning, cioè la richiesta alle banche di creare dei buffer di capitale nei periodi non di crisi a fronte dei periodi futuri di crisi, questo per attenuare la prociclicità di basilea 2, vale a dire la tendenza (in realtà a oggi non ben dimostrata) del sistema di requisiti patrimoniali di essere un acceleratore della crisi. Infine, un limite generale alla leva massima, cioè il rapporto tra volumi globali della banca e i sui mezzi propri.
Conseguenze ipotizzabili sul credito
Non sono oggi prevedibili in modo certo le conseguenze sul credito.
In generale, un impulso in termini di misure più severe (sul patrimonio o sul capitale) può determinare in primo luogo una ridefinizione del mix di impieghi. Qui impieghi va in teso in senso ampio, sia creditizi sia finanziari. In particolare, l’inasprimento netto delle regole sui rischi finanziari (bond, azioni e derivati nei portafogli delle banche) potrebbe portare alcune banche a ridirezionarsi verso mutui e prestiti.
In generale, esiste certo una possibilità comunque di contrazione degli impieghi. Quello che a oggi non è ancora chiaro è come le misure sulla liquidità possano incidere in senso ulteriormente restrittivo sugli impieghi. Esistono agli estremi due possibilità. In positivo le banche potrebbero ottimizzare ed efficientare il funding, per evitare eccessivi rischi di drenaggio di liquidità. In negativo, la reazione potrebbe essere in una detenzione iperdimensionata di asset liquidi (interbancario, bond governativi di beve scadenza, ecc), così sottraendo impieghi verso le imprese e le famiglie.
Quello che è auspicabile è un senso di responsabilità degli attori in questo passaggio: banche, imprese, enti di categoria, media. Per esempio, la frase ricorrente “le banche chiudono i rubinetti” molto usata in questi ultimi anni non è una traduzione oggettiva della situazione, che vede al più, per alcune categorie di banche, limitatissime contrazioni percentuali sulla massa di impieghi.
* Michele Bonollo – Docente CUOA Finance
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