Business plan: mettere la strategia in azione

Marco Costamagna*

A lezione di Strategia

Strategia-in-azione Gary Hamel, ne “Il futuro del management”, provocatoriamente afferma che la gran parte della strumentazione tecnica sviluppata dagli studiosi di strategia, da Porter in poi, è da considerarsi superata, improduttiva di successi, “ferraglia burocratica”; la strategia, invece, è altra cosa, richiede creatività, e di essere “vivificata” dalla reale partecipazione del management.
Lo stile di Gary Hamel, però, va necessariamente letto nel suo contesto.

È la logica conseguenza di una cultura manageriale che, già a metà degli anni ’80, negli USA, dibatteva in maniera articolata il dilemma del Management: “Arte o Scienza?”. Molto probabilmente è giusto, in quel contesto culturale, che ha formalizzato meccanismi molto pesanti di definizione della strategia come il PPBS (Planning, Programming, Budgeting System), e che avrebbe la tendenza ad attribuire la responsabilità della strategia al CEO ed al suo Staff di primo livello (gli specialisti di strategia e di marketing strategico), proporre provocatoriamente che si debba passare da un approccio strategico molto formalizzato ad un processo “diffuso” o “vivificato” di elaborazione della strategia, facendo dell’innovazione lo stile di vita del management aziendale. Ma questa visione “oltre” del management e della strategia, non è applicabile alla cultura organizzativa e manageriale del nostro paese, che purtroppo, a nessun livello brilla per capacità di previsione e di programmazione.
La saggezza popolare, e non solo quella, direbbe che per “imparare a correre” bisogna prima aver sviluppato l’abilità di camminare: quindi per la nostra cultura manageriale, degli strumenti “leggeri” di pianificazione e controllo mantengono ancora tutta la loro validità e, anzi, sono oggi ancor più indispensabili che nel passato.

L’esperienza, e la statistica, ci insegnano che le aziende di successo:

  • fanno scelte chiare, e scelgono che cosa non fare
  • sviluppano, rispetto ai concorrenti, una differente catena del valore (fanno le cose in maniera differente e, in questa differenza, risiede il vantaggio competitivo = maggior profitto)
  • sanno individuare le attività tra loro sinergiche e le rinforzano
  • sanno come essere diversi dai concorrenti
  • sono chiari in ciò che vogliono ottenere
  • imparano dagli errori (e dai successi) passati, propri e dei competitor: non reinventano le cose
  • verificano le proprie idee con un sano scetticismo
  • guardano avanti e non si arrendono alle prime difficoltà.

La morale che traiamo dal loro comportamento strategico è:

  • se la strategia è importante allora la sua formulazione va gestita e non lasciata al caso
  • il processo di formulazione della strategia va reso esplicito e sistematico.

In questo senso, il Business Plan non è:

  • uno strumento adatto solo alle grandi organizzazioni
  • una metodologia maneggiabile da una ristretta casta di esperti
  • uno strumento “burocratico” che riduce la flessibilità dell’impresa, rallenta i tempi di decisione e ne aumenta i costi.


Business Plan: da strumento metodologico ad atteggiamento mentale

Ogni imprenditore e ogni impresa, in qualunque stadio siano della loro attività (avvio, sviluppo, maturità), esprimono sempre una strategia: molto spesso, però, tale strategia non è veramente esplicita “a priori”, ne’ per l’imprenditore ne’ per il suo management. Ancora più spesso il “pensiero strategico” non è sistematico, ma lasciato al caso, all’intuizione estemporanea.
E ciò accade sia quando lo scenario competitivo è in una fase di sviluppo che, peggio, quando le condizioni ambientali sono perturbate e le imprese attraversano periodi più o meno lunghi di difficoltà.
Il Business Plan, o più semplicemente il Piano Industriale, è un potente strumento metodologico e tecnico, che serve all’imprenditore ed al suo management per passare da una logica reattiva alle evoluzioni dello scenario competitivo, ad una logica predittiva o pro-attiva: serve a rendere esplicito e sistematico il processo di formulazione della strategia, sia essa una strategia dinamica di sviluppo del mercato e del settore, sia essa una strategia difensiva di abbassamento dei costi e di ristrutturazione. Il piano industriale non può ovviamente garantire in assoluto il successo della strategia elaborata, ma sicuramente ne diminuisce drasticamente il rischio di insuccesso, proprio perché aiuta ad “elencare”, a “mettere in ordine” ed “assegnare delle probabilità” a diversi livelli di turbolenza ambientale e, quindi, a prefigurarne gli impatti sul business aziendale.
Il processo di formulazione della strategia aziendale e la predisposizione di piani d’azione per il successo nella sua attuazione, inoltre, stimola la capacità attiva, creativa ed innovativa del team direzionale, crea squadra e senso di appartenenza attorno ad un progetto imprenditoriale, spinge ad essere ossessivamente curiosi sulle dinamiche del business, stimola ad indagare anche i luoghi più reconditi del mercato e più in generale dell’ambiente competitivo, abitua a studiare il passato, i successi e gli insuccessi propri e dei concorrenti, per trarne quegli insegnamenti utili a meglio disegnare il futuro possibile. Il Business Plan diventa così un nuovo atteggiamento mentale, un “attrezzo” del mestiere imprenditoriale e manageriale, lo strumento che consente di “guardare avanti” e di tradurre un sogno, un’intuizione, in un piano effettivamente realizzabile.

* Marco Costamagna – Docente CUOA Executive Education

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2 Responses to Business plan: mettere la strategia in azione

  1. Mi occupo di Business Plan http://www.business-plan.it da più di 10 anni.
    Anni fa, con i Venture Capitalist e la bolla speculativa i progetti erano molti e gli imprenditori hanno iniziato a scoprire questo strumento.
    Il suo utilizzo era per lo più “dovuto”, nel senso che veniva e viene richiesto da banche e finanziatori, senza una reale consapevolezza da parte di manager e imprenditori.
    La realtà è che un piano d’impresa dovrebbe seguire passo passo e giorno per giorno l’imprenditore: non essere rigido e deve essere aggiornato continuamente, specie in questo periodo di crisi, per verificare nuove opportunità e migliorare i punti di debolezza.
    E oggi parliamo di Balanced Scorecard, nelle 4 prospettive:
    * clienti
    * processi interni di gestione
    * processi di apprendimento e di crescit
    * finanziaria
    e il business plan torna sempre in campo.

  2. Michela says:

    Personalmente posso testimoniare che, fortunatamente, sempre più spesso oggi l’imprenditore ed il suo management sentono l’esigenza di “esercitarsi” nella predisposizione del business plan (piano industriale) per rispondere ad una propria necessità di previsione, di simulazione e di analisi di sensitività di come l’azienda potrà rispondere alle sfide di mercati sempre più turbolenti ed incerti, che non come risposta alle richieste del ceto bancario o degli altri investitori, più o meno istituzionali.
    E in tal senso è diventato uno strumento, un meccanismo organizzativo, non vissuto in senso statico bensì dinamico, e sottoposto periodicamente a manutenzione, come minimo in occasione della predisposizione del budget annuale, che del business plan deve recepire obiettivi, azioni e timing. Ovviamente, questo utilizzo finalmente “professionale” del business plan, ha anche migliorato la capacità di comunicazione dell’azienda con il ceto bancario e più in generale con la comunità finanziaria.
    Marco Costamgna

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