Crisi finanziaria, credit crunch, scarsa competitività internazionale, Basilea3 e ora i tassi che potrebbero salire: le imprese italiane continuano a soffrire?
Il sistema delle imprese italiane, essenzialmente composto da MPMI (micro, piccole e medie imprese, ndr), pur dimostrando una positiva capacità di adattamento e reazione alla crisi, ha anche delle debolezze sistemiche che lo espongono alle tensioni derivanti dall’attuale congiuntura finanziaria.
Mi riferisco, in particolare, alla bassa dimensione del fatturato medio, all’eccessiva tempistica media dei tempi di pagamento, questa, soprattutto, in raffronto alla media UE, alla eccessiva sottocapitalizzazione e, soprattutto, alla diffusa sovraesposizione verso forme tecniche di indebitamento “a breve”, oggi vero principale “fattore di rischio” data la “volatilità” del fatturato registrata negli ultimi due anni.
A ciò si aggiunga la contrazione delle dinamiche di erogazione del credito dovute ad una maggior selezione del merito creditizio da parte delle banche, cosa peraltro in sé positiva a livello di sistema, ma indubbiamente problematica in quei settori o distretti in cui è più attuata, e il riaccendersi delle aspettative di rialzo dei tassi. Per risponderle: certo, lo scenario non è particolarmente favorevole e di conseguenza serve maggiore attenzione alla razionalità delle scelte finanziarie.
Come si sta evolvendo la dinamica dell’accesso al credito “dopo la crisi”?
Occorre dire con chiarezza che in Italia non vi è stato un “credit crunch” (riduzione generalizzata del credito, ndr) vero e proprio. Si veniva da un periodo “pre-crisi” di facile accesso al credito e le banche hanno reagito alla crisi finanziaria riposizionando il proprio rischio di credito. Ciò ha comportato, per taluni settori o per taluni segmenti dimensionali di imprese, una riduzione delle possibilità di nuovi finanziamenti; in particolare, hanno sofferto di più i distretti “in crisi” e il segmento delle micro imprese. Le nuove regole di Basilea 3, che impongono alle banche una virtuosa maggiore patrimonializzazione, avranno l’effetto indiretto di portare una ancor maggiore attenzione al rischio di credito, così che probabilmente si genererà una segmentazione tra imprese “meritevoli”, che continueranno ad avere accesso, anche maggiore, al credito, e quelle “eccessivamente rischiose”, che incontreranno invece maggiori problemi.
Quali mosse possono fare le imprese?
Certamente comunicare meglio, con maggiore trasparenza, il proprio business, i propri “numeri” e i propri asset. Ma dovranno necessariamente adottare scelte più razionali in tema di struttura del debito al servizio degli investimenti e in tema di capitalizzazione, con un focus soprattutto sulle dinamiche dei flussi di cassa: non più tanto “quanto” accesso al credito, ma chiedersi “quanto posso restituire su base annua” e da qui individuare il proprio “debito sostenibile”.
Ci sono iniziative “concrete” o di “sensibilizzazione” sul tema?
Molte iniziative, anche se a volte poco conosciute o messe poco “a sistema”. Senza voler citare un elenco specifico, a rischio di dimenticane qualcuna, sottolineo l’importanza di eventi formativi sui temi della finanza d’impresa per le MPMI, ove vi possa essere un effettivo interscambio tra banche, imprese e professionisti – come, tra le altre, quelle periodiche legate al CLUB Finance del CUOA – e due iniziative specifiche: il protocollo d’intesa proprio sull’accesso al credito siglato dal Consiglio nazionale dei Commercialisti, ABI e UNIONCAMERE, a cura del Consigliere Marcello Danisi, e l’attenzione che lo stesso Consiglio nazionale pone ai temi del risanamento delle crisi d’impresa, a cura del Consigliere Giulia Pusterla. È l’evidenza del ruolo degli Enti di formazione, a tutti i livelli, per creare cultura finanziaria e del ruolo di una categoria professionale che si pone al servizio del sistema-paese.