17 articoli nella categoria "Finanza"

09/01/2012

Finanziare la crescita: solo credito o anche capitale di rischio?

Francesco M. Renne *

Finanziare la crescitaIn un momento di crisi come l’attuale, può sembrare paradossale parlare di crescita. Invece, a ben vedere, è proprio questo il momento; lo è per riflettere sulle ragioni dell’eccessiva fragilità delle imprese italiane davanti alla crisi, lo è per capire quali reazioni servirebbero per difendersi e ripartire.

Ora, qui ci si vuole soffermare su un dilemma di fondo, acuito in questo periodo dalla maggiore selettività posta dal sistema finanziario, ovvero se per finanziare la crescita, appunto, basti l’accesso al credito o non serva anche, e in che misura, il ricorso al capitale di rischio.

I termini del problema possono essere sintetizzati in quattro assunti di base e due corollari applicativi.

Il primo assunto consiste nella constatazione che il sistema delle PMI italiane è sostanzialmente sottocapitalizzato e, soprattutto, sovraesposto con forme di indebitamento nel breve termine; ciò rende più fragile la struttura finanziaria attuale del nostro sistema imprenditoriale.

Il secondo assunto consiste nella constatazione oggettiva che le proiezioni dell’applicazione degli accordi di Basilea 3 e delle determinazioni dell’EBA, richiedendo alle banche un maggior patrimonio di vigilanza, portano a stimare un probabile ulteriore irrigidimento delle decisioni di affidamento e di erogazione dei prestiti bancari, almeno per quei prenditori di debito considerati rischiosi.

Il terzo assunto consiste nell’esigenza di poter mantenere nel tempo, e saper misurare ex ante, la generazione di flussi di cassa sufficienti a garantire la sostenibilità dei rimborsi del debito ottenuto.

Il quarto assunto consiste nel sottolineare che l’immissione di capitali propri comporta sempre un innalzamento del costo medio ponderato del capitale, così da rendere necessario, affinché questo sia conveniente, che l’impresa consegua una maggior redditività nel tempo.

Il primo corollario, quasi ovvio, è che il ricorso a capitale di rischio, a seconda delle situazioni specifiche dell’impresa, può avvenire con apporti dei soci esistenti, di nuovi soci finanziatori, di strutture di “private equity” ovvero con il ricorso alla borsa (ad es. l’AIM, per le piccole e medie imprese). Ed è di tutta evidenza che al variare della tipologia dei soggetti citati, varieranno le aspettative e le modalità negoziali attuative e, non meno importante, la spinta ad una maggiore trasparenza informativa nei bilanci. Cosa, questa, che genera anche un effetto positivo nelle relazioni con le banche, talché una maggiore trasparenza di bilancio sarebbe auspicabile anche indipendentemente dal ricorso al capitale di rischio.

Il secondo corollario, infine, è conseguente a quanto sin qui detto e consiste nella considerazione che se da un lato è vero che non sempre l’immissione di nuovi capitali di rischio determina automaticamente un supporto alla crescita, poiché quest’ultima è conseguenza degli investimenti che verranno effettivamente realizzati in futuro e non della capitalizzazione in sé, dall’altro è sempre vero che una situazione di squilibrio delle fonti finanziarie, non coerente con la capacità di generazione di flussi di cassa, determina un irrisolvibile freno alla crescita ed una maggior rischiosità dell’impresa nel tempo.


* Docente Fondazione CUOA - Presidente Commissione nazionale di studio sulla finanza innovativa, Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili

16/12/2011

L’importanza della pianificazione finanziaria per lo sviluppo dell'impresa

Giuliano Bonollo *

Pianificazione finanziariaLa gestione e la pianificazione dei flussi finanziari sono da sempre centrali per una corretta gestione aziendale. In questi anni di crisi e forte instabilità la programmazione finanziaria diventa cruciale e strategica per poter affrontare crisi d’impresa, processi di sviluppo per linee interne, operazioni straordinarie.

Qui di seguito sono evidenziate alcune situazioni che evidenziano l’importanza di tale funzione:
  • un’azienda può avere un buon equilibrio economico, ma una difficoltà finanziaria dovuta a gestione disattenta del circolante (magazzino e crediti assorbono liquidità)
  • aziende in ripresa dopo la crisi hanno bisogno di investimenti in capitale fisso, corrente e in attività commerciali, che richiedono una attenta pianificazione dei flussi per sostenere la crescita
  • investimenti in capitale fisso sono stati finanziati nel passato con momentanee eccedenze di liquidità, ma questo crea una tensione continua sul brevissimo termine.
È utile, quindi, esplicitare alcuni concetti di base. Quando si parla di programmazione finanziaria, essa può essere intesa rispetto a 3 “livelli” temporali:
  • strategico: medio lungo termine (3-5 anni)
  • operativo di budget: breve termine (1 anno)
  • tesoreria: brevissimo termine (fino a 3-4 mesi)
Nei tre casi cambiano obiettivi, modelli concettuali e metodi.

La programmazione strategica viene utilizzata a fronte di progetti ed eventi particolari della vita aziendale, spesso si traduce in un business plan che descrive e quantifica le scelte commerciali, gli investimenti, le fonti di finanziamento, ma soprattutto la sostenibilità finanziaria (le fonti coprono gli impieghi?) e la convenienza (remunerazione) del progetto.

La programmazione finanziaria di budget ha l’obiettivo di tradurre il budget economico in un piano di flussi (entrate e uscite), per verificare che il cash flow (flusso netto) sia adeguato e sostenibile rispetto alle esigenze dell’azienda e alle posizioni bancarie. Il fattore tempo è cruciale: il budget economico deve dimostrare la redditività annuale, ma il budget finanziario deve avere un dettaglio almeno mensile.

La programmazione di tesoreria parte, invece, dalla realtà oggettiva: scadenze attive verso clienti, scadenze passive verso fornitori e costi fissi. Si pone l’obiettivo di prevedere la situazione di liquidità nel brevissimo termine (da pochi giorni a pochi mesi) e va rivista giornalmente.

È opportuno per l’impresa dotarsi di modelli e di strumenti operativi per realizzare e gestire sistemi di pianificazione dei flussi. Al riguardo, alcune utili linee guida potrebbero essere:
  • ragionare in termini unicamente monetari, “spogliandosi” di competenze contabili
  • progettare sistemi in grado di dare risposte efficaci, ma anche e soprattutto flessibili al mutare degli scenari
  • integrare il controllo di gestione tradizionale (analisi costi e marginalità) con strumenti per il monitoraggio dei flussi monetari.


* Docente Fondazione CUOA, Consulente di direzione nell’area amministrazione, finanza e controllo

19/10/2011

L’accesso al credito e alle fonti di finanziamento

Francesco Gatto *

Accesso-al-creditoL'accesso al credito e alle fonti di finanziamento rappresenta attualmente uno degli aspetti più dibattuti nel contesto del rapporto tra imprese e banche. Il tema è estremamente complesso e andrebbe affrontato in modo oggettivo, cercando di considerare tutti i diversi angoli di visuale. Dal punto di vista delle imprese sarebbe quanto mai importante poter contare su un interlocutore bancario in grado di garantire tempestività e flessibilità nelle risposte, gestendo in modo collaborativo eventuali possibili momenti di tensione finanziaria.
La banca, d'altra parte, non può non analizzare correttamente il merito creditizio, finanziando i progetti realmente sostenibili. La qualità del credito per gli istituti finanziari è un obiettivo indispensabile per poter garantire una sicura solidità economica e finanziaria. In questo senso, la prossima entrata in vigore della Direttiva di Basilea 3 accentuerà l'attenzione delle banche nei confronti della qualità del credito, al fine di rafforzare la propria struttura patrimoniale.

Di questi temi si parlerà diffusamente l'11 e 12 novembre in occasione del VI Panel dell'Osservatorio Legislazione & Mercati della Fondazione CUOA, dal titolo "Banche, imprese, credito: gli strumenti per un dialogo possibile".

L'Osservatorio Legislazione & Mercati rappresenta un punto di riferimento per il confronto e la discussione sulle tendenze in atto nei mercati finanziari, favorendo una nuova base di dialogo tra mercato e legislatore.

Il Panel affronterà il tema del dialogo tra banche e imprese nell'arco di tre sessioni, con il coinvolgimento di qualificati e prestigiosi esponenti del mondo bancario, finanziario e imprenditoriale.

L'obiettivo dei lavori sarà proprio quello di capire concretamente come e con quali strumenti poter supportare il dialogo tra aziende e istituzioni finanziarie. Al riguardo, in apertura del Panel sarà presentata una specifica proposta legislativa, elaborata dal comitato scientifico dell'Osservatorio, finalizzata a suggerire alcune innovazioni normative ai fini del potenziamento e del miglioramento delle condizioni di accesso al credito.

*Responsabile CUOA Finance

29/09/2011

Il ruolo del CFO e la crescita professionale e manageriale per una nuova finanza in azienda

I dati della survey del Club Finance del CUOA

Francesco Gatto *

Il ruolo del CFO e la crescita professionale e manageriale In occasione del Treasury & Finance Forum Day organizzato da AITI il 23 settembre scorso, sono stati presentati i risultati dell’indagine “Il ruolo del CFO e la crescita professionale e manageriale per una nuova finanza in azienda”.

La survey è stata realizzata dal Club Finance del CUOA ad agosto e settembre, con circa 80 questionari compilati da manager dell’area amministrazione, finanza e controllo di aziende del Nordest.

In sintesi, dall’indagine emerge una nuova visione del CFO, con un bagaglio professionale che si amplia notevolmente nelle seguenti direttrici:

- da un lato appare imprescindibile una visione sempre più globale sui diversi contenuti tecnico-specialistici (competenze legate all’amministrazione, al bilancio, al controllo di gestione, alla tesoreria e al rapporto con la banca, alla finanza d’impresa, alle regole fiscali e giuridiche, al risk management, all’information technology). Evidentemente, il valore aggiunto del CFO è rappresentato dalla visione trasversale e interdisciplinare mentre il livello di verticalizzazione sulle singole aree dipenderà dal modello organizzativo interno e dalla tipologia di impresa. Il 95% delle risposte evidenzia, infatti, come l’evoluzione del ruolo del CFO richieda effettivamente una visione trasversale e interdisciplinare nell’approccio alla gestione finanziaria. Il CFO quindi si pone come manager nell’area finanza e non come mero operatore tecnico specialistico. Tale aspetto è confermato da un altro dato: per la qualificazione del ruolo, appare necessario investire in modo particolare sui temi attinenti alla strategia d’impresa (62% delle risposte) e al controllo direzionale e strategico (58% delle risposte). Il dato è del tutto coerente con il modello di un CFO con un profilo specialistico e al tempo stesso manageriale, in grado di supportare le scelte strategiche e di business dell’impresa;

- dall’altro diventa indispensabile sviluppare quelle competenze di tipo manageriale (le cosidette soft skills) che possano consentire al CFO di muoversi nell’organizzazione interna con sicurezza e fiducia in se stessi, organizzando e pianificando in modo efficace il proprio lavoro, gestendo e motivando i propri collaboratori, riuscendo ad interagire e comunicare con i vertici aziendali e le altre funzioni aziendali. In particolare emerge in maniera molto netta la convinzione che l’affermazione del ruolo sconta difficoltà soprattutto di tipo relazionale e negoziale all’interno dell’azienda (80% delle risposte) con la figura dell’imprenditore o i responsabili delle altre funzioni aziendali piuttosto che di tipo tecnico, legate a carenze di competenze specialistiche.

Siamo quindi di fronte ad un’evoluzione di grande rilevanza. Il CFO è chiamato a recitare un ruolo di primo piano in azienda, ne deve essere pienamente consapevole, investendo su stesso e sulla sua crescita professionale per una piena legittimazione in azienda. E in questo senso la formazione gioca un ruolo decisivo: solo per l’8% delle risposte le competenze sono già adeguate.


*Responsabile CUOA Finance


Queste le slides utilizzate per la presentazione al convegno:

14/06/2011

Il valore aggiunto nella consulenza finanziaria: la gestione del cliente – imprenditore

Francesco Gatto *

Image: jscreationzs / FreeDigitalPhotos.net Il tema della consulenza finanziaria presenta molteplici elementi di analisi per capire come poter generare un maggior valore aggiunto nella gestione del cliente. In particolare, tra i vari aspetti, due elementi appaiono meritevoli di attenzione: il rapporto tra regole e mercati e il perimetro della consulenza finanziaria.

Con riferimento al primo punto, la centralità del cliente richiede senza dubbio una riduzione del divario tra regole e mercato: seguire le regole significa “fare bene finanza” (data la correlazione tra regole “operative” e regole “normative”) e, quindi, permettere di adottare comportamenti che dovrebbero essere nell’effettivo interesse del mercato.
Tale considerazione si traduce anche sulle tipologie di competenze che i consulenti finanziari devono possedere per operare con successo in un mercato sempre più competitivo; le competenze sono quanto mai allargate: non solo è necessaria una solida conoscenza di prodotti e strumenti finanziari, di tecniche di gestione dei portafogli, ma appare indispensabile comprendere le dinamiche di natura fiscale e giuridica, che concorrono alla decisione finale del cliente. L’esigenza appare oggi più forte, sia per le implicazioni proprie della leva fiscale sulle successioni, sia per clienti che siano anche imprenditori, in quanto, in tali circostanze, le scelte ottimali di investimento non possono prescindere da una pianificazione fiscale relativa contemporaneamente al patrimonio dell'impresa e al patrimonio individuale.

Con riferimento al secondo punto, una delle frontiere più interessanti della consulenza finanziaria riguarda proprio la gestione del rapporto con il cliente imprenditore e, al riguardo, un caso emblematico è costituito dalla pianificazione del passaggio generazionale, che si rivela particolarmente importante per esigenze diverse fra loro, ma collegate al tempo stesso: in via generale, per realizzare le volontà del disponente nel rispetto della Legge, per prevenire dissidi fra eredi che potrebbero compromettere il patrimonio, per pianificarne l’impatto fiscale sul trasferimento dei beni oggetto dell’eredità. Nello specifico del passaggio generazionale in azienda si aggiunge la “peculiarità” dell’organizzazione dinamica, che questa rappresenta: una possibile incertezza sulla titolarità delle quote o sul nome dell’erede designato determinano dispersione di energie, capitali e tempo a danno dei processi aziendali, spesso deteriorandone il valore complessivo.

La pianificazione, in questo contesto, è sia difensiva (prevenire la “distruzione” di valore), sia strategica, (gestire la “continuità” della conduzione d’impresa, preparando per tempo, prima dell’evento di successione, gli eredi designati al ruolo di “timoniere”).
Il trust è uno degli strumenti utilizzabili per la pianificazione patrimoniale; altri strumenti possono essere, a titolo di esempio, i patti di famiglia, o le semplici disposizioni testamentari, se fatte bene, o una corretta pianificazione della catena proprietaria. Va, comunque, valutato ogni singolo caso a sé, non vi è una “ricetta” valida per tutti; la scelta dipende dall’entità del patrimonio e dalla sua composizione, dalle volontà del disponente, dalla situazione familiare.


*Responsabile CUOA Finance

18/05/2011

Credito e imprese: strategie e strumenti per le piccole aziende


Francesco Renne L’accesso al credito presenta, per il mondo delle imprese, criticità ormai assodate; ne abbiamo parlato con Francesco M. Renne, membro dell’Osservatorio Legislazione & Mercati del CUOA e Presidente della Commissione di studio sulla Finanza Innovativa del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili.

Crisi finanziaria, credit crunch, scarsa competitività internazionale, Basilea3 e ora i tassi che potrebbero salire: le imprese italiane continuano a soffrire?

Il sistema delle imprese italiane, essenzialmente composto da MPMI (micro, piccole e medie imprese, ndr), pur dimostrando una positiva capacità di adattamento e reazione alla crisi, ha anche delle debolezze sistemiche che lo espongono alle tensioni derivanti dall’attuale congiuntura finanziaria.
Mi riferisco, in particolare, alla bassa dimensione del fatturato medio, all’eccessiva tempistica media dei tempi di pagamento, questa, soprattutto, in raffronto alla media UE, alla eccessiva sottocapitalizzazione e, soprattutto, alla diffusa sovraesposizione verso forme tecniche di indebitamento “a breve”, oggi vero principale “fattore di rischio” data la “volatilità” del fatturato registrata negli ultimi due anni.
A ciò si aggiunga la contrazione delle dinamiche di erogazione del credito dovute ad una maggior selezione del merito creditizio da parte delle banche, cosa peraltro in sé positiva a livello di sistema, ma indubbiamente problematica in quei settori o distretti in cui è più attuata, e il riaccendersi delle aspettative di rialzo dei tassi. Per risponderle: certo, lo scenario non è particolarmente favorevole e di conseguenza serve maggiore attenzione alla razionalità delle scelte finanziarie.

Come si sta evolvendo la dinamica dell’accesso al credito “dopo la crisi”?

Occorre dire con chiarezza che in Italia non vi è stato un “credit crunch” (riduzione generalizzata del credito, ndr) vero e proprio. Si veniva da un periodo “pre-crisi” di facile accesso al credito e le banche hanno reagito alla crisi finanziaria riposizionando il proprio rischio di credito. Ciò ha comportato, per taluni settori o per taluni segmenti dimensionali di imprese, una riduzione delle possibilità di nuovi finanziamenti; in particolare, hanno sofferto di più i distretti “in crisi” e il segmento delle micro imprese. Le nuove regole di Basilea 3, che impongono alle banche una virtuosa maggiore patrimonializzazione, avranno l’effetto indiretto di portare una ancor maggiore attenzione al rischio di credito, così che probabilmente si genererà una segmentazione tra imprese “meritevoli”, che continueranno ad avere accesso, anche maggiore, al credito, e quelle “eccessivamente rischiose”, che incontreranno invece maggiori problemi.

Quali mosse possono fare le imprese?

Certamente comunicare meglio, con maggiore trasparenza, il proprio business, i propri “numeri” e i propri asset. Ma dovranno necessariamente adottare scelte più razionali in tema di struttura del debito al servizio degli investimenti e in tema di capitalizzazione, con un focus soprattutto sulle dinamiche dei flussi di cassa: non più tanto “quanto” accesso al credito, ma chiedersi “quanto posso restituire su base annua” e da qui individuare il proprio “debito sostenibile”.

Ci sono iniziative “concrete” o di “sensibilizzazione” sul tema?

Molte iniziative, anche se a volte poco conosciute o messe poco “a sistema”. Senza voler citare un elenco specifico, a rischio di dimenticane qualcuna, sottolineo l’importanza di eventi formativi sui temi della finanza d’impresa per le MPMI, ove vi possa essere un effettivo interscambio tra banche, imprese e professionisti - come, tra le altre, quelle periodiche legate al CLUB Finance del CUOA - e due iniziative specifiche: il protocollo d’intesa proprio sull’accesso al credito siglato dal Consiglio nazionale dei Commercialisti, ABI e UNIONCAMERE, a cura del Consigliere Marcello Danisi, e l’attenzione che lo stesso Consiglio nazionale pone ai temi del risanamento delle crisi d’impresa, a cura del Consigliere Giulia Pusterla. È l’evidenza del ruolo degli Enti di formazione, a tutti i livelli, per creare cultura finanziaria e del ruolo di una categoria professionale che si pone al servizio del sistema-paese.


18/04/2011

Verso Basilea 3. Quali prospettive?

Michele Bonollo *

Image: jscreationzs / FreeDigitalPhotos.net È oramai in fase di “warm up” la cosiddetta riforma di Basilea 3. In cosa consiste la riforma? È utile, innanzitutto, un chiarimento sull’impianto generale del sistema di controlli di Basilea. È una tematica che presso il Centro Studi “Risk Management e Valore”, istituito presso la Fondazione CUOA (www.riskcenter.it), stiamo approfondendo da tempo con indagini e workshop.

L’idea di fondo è che i rischi “normali” (detti perdite attese) generati dall’attività bancaria debbano essere coperti dai margini della gestione ordinaria, mentre le perdite estreme o inattese debbano essere coperte dal patrimonio della banca stessa, che rappresenta il vero stock di protezione.
Si può pensare alla misura degli argini e al rischio della piena dei fiumi. Il rischio, che va misurato, consiste nel cogliere e/o prevedere eventi estremi e in che misura (di quanti metri) il livello del fiume possa crescere. L’argine svolge la funzione del capitale a protezione contro tali rischi. Ovviamente, quindi, l’altezza dell’argine deve essere maggiore del livello del fiume, anche in ipotesi di precipitazioni o eventi atmosferici anomali e inattesi. La definizione precisa di “estremo”, cioè il livello di prudenza applicato, determina il successo o fallimento di tali set di regole.

La crisi finanziaria ha dimostrato che Basilea 2 non è stata sufficiente o per una debolezza del processo effettivo di applicazione dei controlli o per le soglie numeriche su cui era attuato il principio generale. Sono state pertanto definite alcune innovazioni.
Utile ricordare in primis che il concetto di rischio in Basilea si declina in tre tipologie principali: il rischio sui crediti, mutui, prestiti, causa default del cliente; il rischio finanziario sui portafogli titoli e derivati; il rischio operativo, dovuto a errori, frodi, malfunzionamenti dei processi della “macchina banca”. Va anche detto che per le banche italiane, oltre l’80% del fabbisogno patrimoniale è tradizionalmente legato all’erogazione di crediti.

Che cosa modifica Basilea 3? In sostanza, viene rivisto la prudenza nella misura dei rischi, come pure la definizione di patrimonio, e anche i vincoli di equilibrio tra rischio e patrimonio. Le misure con varie tappe saranno operative dal 2013, con un anticipo al 2012 per i rischi finanziari.
Per quanto attiene il patrimonio, viene data rilevanza assoluta al common equity: in altri termini, solo il capitale di rischio vero e proprio (le azioni) sono il primo baluardo contro i rischi, quindi il loro livello minimo viene alzato, di fatto raddoppiato, al 4.5% degli attivi rischiosi. Sul rischio di credito, alle banche è chiesto di essere meno dipendenti dai rating esterni e di creare riserve di capitale, così da smussare impatto di crisi future. Sul rischio finanziario, aumentano e più che raddoppiano i coefficienti per misurare i rischi. Viene poi introdotto un set di vincoli di liquidità minima delle banche per fare fronte a crisi sui mercati finanziari e interbancari o corse agli sportelli.

Quali impatti? Maggiore esigenza di patrimonio significa a parità di condizioni una netta diminuzione dei redditività, quindi del ROE delle banche. È pensabile un così drastico calo di redditività? In tempi e con articolazioni ad oggi non prevedibili in modo preciso, si può pensare ad un aumento degli spread sugli impieghi per la clientela. Soprattutto, va auspicato un reale aumento della efficienza delle banche, percorso in continua evoluzione ma forse non ancora compiuto. Di certo un’ottimizzazione di processi, tecnologie, organizzazione potrebbe ridurre il rischio che il “conto” di Basilea 3 sia pagato in modo troppo rilevante dalla clientela.


* Michele Bonollo, docente CUOA Finance

21/03/2011

Basilea 3 e l'impatto sul credito

Francesco Gatto *

Basilea3 e l'impatto sul credito Non sono oggi prevedibili in modo certo le conseguenze sul credito indotte da Basilea 3.

In generale, un impulso in termini di misure più severe (sul patrimonio o sul capitale) può determinare in primo luogo una ridefinizione del mix di impieghi. In particolare, l’inasprimento netto delle regole sui rischi finanziari (bond, azioni e derivati nei portafogli delle banche) potrebbe portare alcune banche a ridirezionarsi verso mutui e prestiti.

In generale, esiste certo una possibilità comunque di contrazione degli impieghi. Quello che a oggi non è ancora chiaro è come le misure sulla liquidità possano incidere in senso ulteriormente restrittivo sugli impieghi. Esistono agli estremi due possibilità. In positivo le banche potrebbero ottimizzare ed efficientare il funding, per evitare eccessivi rischi di drenaggio di liquidità. In negativo, la reazione potrebbe essere in una detenzione iperdimensionata di asset liquidi (interbancario, bond governativi di beve scadenza, ecc), così sottraendo impieghi verso le imprese e le famiglie.

Quello che è auspicabile è un senso di responsabilità degli attori in questo passaggio: banche, imprese, enti di categoria, media. Per esempio, la frase ricorrente “le banche chiudono i rubinetti” molto usata in questi ultimi anni non è una traduzione oggettiva della situazione, che potrà vedere al più, per alcune tipologie di banche, limitate contrazioni percentuali sulla massa di impieghi.


* Francesco Gatto, Responsabile CUOA Finance

 

31/01/2011

Logiche di fondo di Basilea 3: perché nasce e con quali obiettivi

Francesco Gatto *

Basilea3-obiettivi Il fatto che nel linguaggio della comunità degli operatori della finanza e del risk management si parli sempre più di “Basilea 3” dà il senso di una importante modifica all’impianto regolamentare. Si tratta dunque certo di modifiche rilevanti e sostanziali.

Qual è l'obiettivo di fondo di Basilea 3? L’obiettivo rientra nel quadro più generale delle politiche di stabilizzazione del sistema bancario accrescendo la capacità del sistema stesso di assorbire eventuali shoks e riducendo il rischio di contagio dal sistema finanziario all’economia reale. In estrema sintesi Basilea 3 innova in tre direzioni:

  • una misura più rigorosa del requisito patrimoniale, in quanto il patrimonio di vigilanza si avvicina sempre di più al capitale di rischio in senso stretto
  • una maggiore prudenza nella stima delle possibili perdite e rischi. In concreto, sono stati modificate le logiche statistiche o le griglie tabellari di stima dei rischi. Le misure più effettive riguardano la misura dei rischi di mercato e del rischio di controparte, cioè il rischio creditizio associato ai derivati, che per la sua volatilità può rapidamente portare le banche in situazioni di crisi
  • l’introduzione di misure sostanzialmente nuove. Tra queste, le misure sulla liquidità, che richiedono alle banche di soddisfare certi equilibri, sia di breve sia di medio termine, sulla capacità di far fronte a fabbisogni improvvisi di liquidità, e il provisioning, cioè la richiesta alle banche di creare dei buffer di capitale nei periodi non di crisi a fronte di possibili periodi futuri di crisi, al fine di attenuare la prociclicità di Basilea 2. In particolare, si segnala la previsione di costituzione di una riserva di liquidità sufficiente a fronteggiare uno scenario di crisi acuto della durata di 30 giorni
E sempre in tema di Basilea 3, ed in particolare di "rating e Basilea 3", ecco qui di seguito due interessanti presentazioni utilizzate durante il workshop "l Rating e possibili evoluzioni alla luce di Basilea 3" del RiskCenter.


* Francesco Gatto - Responsabile CUOA Finance




21/10/2010

Le aziende e la crisi: l'indagine dell'Osservatorio Legislazione e Mercati


Le aziende e la crisi L’Osservatorio Legislazione & Mercati dell’Area Finance della Fondazione CUOA ha di recente condotto un’indagine, "incrociando" il mondo imprenditoriale e quello bancario, per scoprire se la crisi economica e finanziaria che ha investito la società degli ultimi anni è stata superata.
I dati presentati (vedi anche slides e report di analisi a fondoa rticolo) provengono da 100 questionari raccolti da aziende industriali e da 50 questionari provenienti da istituti bancari a livello nazionale e locale:
  • impatto della crisi: per il 31% delle aziende la contrazione del fatturato si è mantenuta entro limiti poco rilevanti

  • gli strumenti di reazione: per il 56% definire nuove strategie di business

  • quali interventi normativi di contrasto: il 31% delle aziende e il 32% delle banche essenziale l’abolizione delle norme superflue e inutili

  • la concessione di credito: si fonda per il 30% degli istituti bancari sui fondamentali dell’impresa e sulla credibilità dei piani economici e finanziari
  • un sistema imprenditoriale che tende a chiudersi: il 55% delle aziende non gradisce un partner finanziario avulso dal contesto gestionale, come un private equity
Il campione di imprese analizzate ha per il 77% sede in Veneto e Friuli Venezia Giulia, per il 7% in Emilia Romagna, e il restante 16% sul restante territorio nazionale. Il campione delle banche, riguarda prevalentemente istituti operanti nel Triveneto.

L’Osservatorio Legislazione & Mercati di CUOA Finance rappresenta un punto di riferimento qualificato per il settore finanziario, al fine di avviare un tavolo di controllo e discussione sulle dinamiche del rapporto banca-impresa e sulla tutela patrimoniale. L’Osservatorio è aperto a operatori di banche, intermediari, liberi professionisti e imprese.