...problem solving strutturato, gestione senza autorità e sviluppo degli altriArnaldo Camuffo *

Anche in Italia, uno degli strumenti su cui più si sta concentrando l’attenzione di operatori aziendali, consulenti e studiosi di Lean, è costituito dall’A3. E proprio a giorni uscirà la traduzione italiana del volume
Managing to Learn di John Shook che, oltre a essere unanimemente riconosciuto come uno dei massimi esperti del
lean thinking a livello mondiale (anche per essere stato il primo americano assunto in Toyota nel 1982) ha recentemente avvicendato Jim Womack alla guida del
Lean Enterprise Institute di Boston.
Managing to Learn illustra la metodologia A3, cioè la metodologia sviluppata in Toyota per l’applicazione diffusa e capillare del metodo PDCA (Plan-Do-Check-Act), il
problem solving basato sul metodo scientifico, e ne offre tre prospettive fondamentali per chiunque voglia cimentarsi in un processo reale di
lean transformation e raggiungere risultati drammaticamente migliori rispetto al passato.
L’A3 come strumento e metodologia per il problem solving L’A3 è uno strumento semplice, rigoroso e standardizzato per affrontare i problemi, capirne le cause profonde, proporre soluzioni e monitorarne l’avanzamento. Di fatto si tratta di un foglio di carta strutturato (e appunto prende il nome dal formato di carta internazionale A3), cioè un artefatto organizzativo su cui catalizzare il processo di soluzione dei problemi basato sul metodo scientifico in modo semplice e condiviso.
L’A3 come processo di management basato sulla responsabilità per il decision making e l’execution nelle organizzazioni Ma l’A3 è anche un processo che configura la natura dei rapporti organizzativi e dà forma ai ruoli organizzativi, ai processi decisionali, ai processi di coordinamento e a quelli di controllo. Il processo A3 si basa sull’osservazione diretta, sul confronto e sul dialogo con gli attori organizzativi rilevanti indipendentemente dalla loro collocazione organizzativa, sul coinvolgimento e la persuasione di tutti coloro che partecipano all’attività (
nemawashi) e sulla riflessione critica (
hansei) con riguardo a quanto fatto. In questo contesto, usare l’autorità, come ad esempio prendere una decisione, rappresenta un’azione delicata che un manager può esercitare solo quando la situazione lo esige o esistono le condizioni, e non in base a un ruolo attribuito formalmente o a uno status. In tal senso vale la provocazione di Taiichi Ohno secondo cui le organizzazioni lean sono caratterizzate da "democrazia kanban", dove l'autorità viene chiamata in causa quando e dove è necessario: autorità su richiesta,
just in time,
pull.
L’A3 come processo di apprendimento e di sviluppo delle risorse umane Infine l’A3 è anche un processo di apprendimento (e di insegnamento). Nelle organizzazioni
lean le persone sono il motore, i responsabili del problem solving e del miglioramento continuo. E il processo A3 è proprio quel processo in cui le “due eliche del DNA dei sistemi lean” (costruire prodotti sempre migliori mentre nel contempo si costruiscono persone sempre migliori) si congiungono e rinforzano a vicenda. Un’organizzazione fondata sull’A3 è un’organizzazione che, mentre prende decisioni e risolve problemi al fine di servire meglio i propri clienti attraverso i propri value stream, nel contempo migliora se stessa migliorando i propri membri grazie al ruolo di maestro (sensei) svolto da chi ha la responsabilità.
Di recente, c’è stata una fioritura di studi sull’A3 e molte analisi rimarcano le potenzialità di questo
lean tool. Ma se qualche imprenditore o manager di imprese italiane non fosse convinto della bontà del sistema di management sotteso dall’utilizzo dell’A3, o ne dubitasse l’applicabilità e l’efficacia nel contesto italiano, ebbene per questi scettici ho in serbo una straordinaria storia di successo italiana che può essere interpretata proprio nell’ottica di adozione di un sistema di management basato sull’
A3 thinking.
Enrico Fermi, i Ragazzi di Via Panisperna, e l’A3 thinking Al giorno d’oggi, seppure con eccezioni, nelle università italiane è diffuso il malcontento, la percezione di arretratezza e improduttività, una reputazione modesta rispetto alle università estere, un senso di frustrazione e impotenza di fronte a fenomeni come la fuga dei cervelli e la scarsità di risorse, soprattutto nelle discipline “dure” (fisica, chimica, medicina, biologia ecc.).
Ciò era vero anche 80 anni fa eppure, nel giro di meno di 15 anni, tra il 1923 e il 1937, in Italia avviene un miracolo. Per l’ultima volta si crea a Roma, sotto la guida di Enrico Fermi, presso l’istituto di Via Panisperna, una Scuola capace di essere leader mondiale nella Fisica e di produrre risultati di ricerca straordinari, su larga scala, ancora oggi oggetto di sviluppo.
Certo, molti fattori contribuirono a tale successo, tra cui l’intuito di Orso Mario Corbino, e una serie di coincidenze. Ma al di là di questi fattori, un ruolo fondamentale lo ha Enrico Fermi con il suo modo rivoluzionario di guidare l’Istituto, modo che, a nostro modesto avviso, si caratterizza in tutto e per tutto come uno straordinario esempio di sistema di management basato sull’
A3 thinking.
Nel 1926 Fermi è il primo professore di Fisica Teorica in Italia. Corbino gli affianca Franco Rasetti e recluta un gruppo di brillanti giovani ricercatori tra cui Giuseppe Occhialini, Emilio Segrè, Edoardo Amaldi, Ettore Majorana, e in seguito Oscar D'Agostino, Bruno Pontecorvo, Giulio Racah, Bruno Ferretti, Gian Carlo Wick, Mario Ageno, Ugo Fano, Giovanni Gentile jr, Gilberto Bernardini, Enrico Persico, Bruno Rossi (molti di questi diventeranno
top scholars e alcuni saranno a loro volta insigniti del premio Nobel).
Una volta in cattedra, Fermi rivoluziona le attività di ricerca e di insegnamento, rendendole inscindibilmente frammiste e commiste. Rompe con i metodi tradizionali del lavoro strutturato in logica gerarchica e individuale e con la tradizione della vecchia fisica matematica. Lo stile è informale, caratterizzato dall’assenza di differenziali di status. Rasetti lo descrive così: “La personalità unica di Fermi, la poca differenza di età fra docenti e discepoli, l'affinità negli interessi scientifici e persino nelle ricreazioni al di fuori dell'attività universitaria, creavano tra i membri dell'Istituto un'amicizia personale e un affiatamento che raramente hanno legato un gruppo di ricercatori. Nulla vi era di formale nel modo in cui Fermi ci insegnava le teorie fisiche più recenti, prima di tutte la nuova meccanica quantistica [...]
Si tenevano riunioni che si potrebbero chiamare seminari, ma senza alcun orario o altro schema prestabilito, su argomenti suggeriti sul momento da una domanda che uno di noi faceva a Fermi, o da qualche risultato sperimentale che avevamo ottenuto e che si trattava di interpretare, o infine da un problema che Fermi stava studiando o che aveva risolto o che cercava di risolvere [...] Fermi procedeva [...] col suo passo non troppo rapido ma costante, non accelerando nei passaggi facili e neppure rallentando sensibilmente davanti a[lle] difficoltà [...]
Spesso non ci accorgevamo al momento se Fermi stesse esponendo teorie già a lui o ad altri ben note, o se stessimo assistendo ad un nuovo passo che egli faceva [...] Abbiamo così veduto più volte nascere una nuova teoria, che Fermi sviluppava, per così dire, pensando ad alta voce".
Più che un Direttore di Istituto (il manager),
Fermi svolge un ruolo di maestro che si estrinseca non solo nelle lezioni e nei seminari di fisica, ma anche e soprattutto nell'attività di laboratorio. Ancora Rasetti ricorda come Fermi "
amava soprattutto alternare i due tipi di attività" raggiungendo i massimi livelli in entrambe, caso rarissimo nella storia della fisica. Prosegue Rasetti: "Fermi partecipava agli esperimenti e all'interpretazione teorica dei risultati. [….]. Nella teoria egli si avvaleva di qualunque mezzo lo portasse più direttamente al risultato, servendosi della sua padronanza dei mezzi analitici se il caso lo richiedeva,
altrimenti ricorrendo a calcoli numerici, incurante di eleganze matematiche".
Qualcuno degli allievi ricorda anche che, nel caso in cui i pezzi meccanici o i circuiti elettrici dell’Istituto fossero inadeguati,
Fermi non disdegnava di andare in officina per fabbricarsi letteralmente a mano ciò che occorreva, senza pretendere una precisione estrema, ma giusto il necessario per effettuare misure con un ragionevole errore sperimentale.
Fermi creò un nuovo modo di condurre la ricerca e di insegnare, di gestire progetti complessi facendo crescere nel contempo le persone che vi lavoravano e tale modo fu esportato successivamente negli Stati Uniti quando si trasferì a Chicago. Tra i suoi studenti americani, Chen Ning Yang, anch’egli premio Nobel, ricorda che: "Per ogni argomento Fermi aveva l'abitudine di cominciare sempre dall'inizio,
faceva esempi semplici ed evitava per quanto possibile i formalismi. (Usava ripetere per scherzo che il formalismo era per 'gli alti sacerdoti'). La semplicità dei suoi ragionamenti creava l'impressione di una totale mancanza di sforzo da parte sua. Ma quest'impressione è falsa.
La semplicità era il risultato di un'accurata preparazione e di una ponderata valutazione delle possibili diverse alternative di esposizione. [...] Aveva l'abitudine di riservare a un piccolo gruppo di studenti già laureati lezioni informali e non preparate in precedenza. Il gruppo si riuniva nel suo studio e lo stesso Fermi o qualcuno del gruppo proponeva un argomento specifico di discussione. Fermi allora cercava all'interno dei suoi quaderni di appunti, tutti corredati di indici accurati, per trovare le sue note sull'argomento e quindi passava all'esposizione. [...] Metteva sempre in risalto la parte più essenziale e pratica dell'argomento; la sua impostazione era quasi sempre intuitiva e geometrica più che analitica".
Lezioni per noi Da questa breve storia (si vedano, per approfondimenti,
www.torinoscienza.it, AA. VV.: Conoscere Fermi - Società Italiana di Fisica (2001) (versione on line), E. Amaldi (a cura di G. Battimelli e M. De Maria): Da via Panisperna all'America - Editori Riuniti (1997), E. Segrè: Enrico Fermi, fisico - Zanichelli (1987)) si possono trarre alcune interessanti implicazioni, utili anche per le piccole e medie imprese italiane che hanno le ambizioni, il coraggio e la consapevolezza di poter sopravvivere e prosperare migliorando drammaticamente le proprie performance con il lean e che hanno bisogno di vedere tracciata una strada su cui indirizzarsi:
1. adottare strumenti, come l’A3, che consentano l’applicazione condivisa e diffusa di logiche strutturate di risoluzione dei problemi, basate sul metodo scientifico;
2. esercitare la leadership basandosi non sul principio di autorità ma su quello di responsabilità;
3. avere rispetto per le persone ed essere disponibili ad ascoltare e imparare dagli altri;
4. operare attraverso l’osservazione diretta e il coinvolgimento nel problem solving a livello operativo (gemba);
5. avere leader che sono maestri (sensei), che gestiscono insegnando e insegnano gestendo (
Managing to Learn) utilizzando il metodo maieutico socratico (cioè offrendo domande, non risposte);
6. prendere decisioni e agire basandosi sull’esperienza diretta e sull’esercizio critico e non sull’eleganza formale o la sofisticazione dei numeri (aziendali);
7. trasmettere entusiasmo per il lavoro in team finalizzato al miglioramento continuo;
8. mantenere modestia e umiltà.
Questa mi pare la lezione di
Lean Management che Enrico Fermi e i Ragazzi di Via Panisperna ci hanno lasciato. La ritroviamo formalizzata e tradotta in ambito aziendale negli A3 e nel volume
Managing to Learn. Io spesso la vedo, in aziende impegnate nei processi di
lean transformation, quando vedo leader che gestiscono insegnando e insegnano gestendo, circondati di giovani brillanti ed entusiasti, rigorosi e disciplinati nel problem solving, umili, esigenti, ambiziosi.
Di questa lezione dobbiamo far tesoro per far sì che il nostro Paese, le nostre imprese e i nostri giovani continuino a prosperare.
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Arnaldo Camuffo, oltre ad essere Direttore Scientifico del
Lean Enterprise Center of Italy, Fondazione CUOA, è Professore Ordinario di Organizzazione Aziendale, Università Bocconi, Milano, Membro del Board of Directors, Lean Global Network. Principal Investigator, International Motor Vehicle Program