Innovazione

L’innovazione e il cambiamento

Alessandro Garofalo *

Image courtesy of Stuart Miles / FreeDigitalPhotos.netIl disagio occupazionale, reale, che si è creato in tutta Europa e sicuramente nel nostro Paese, è molto più grande di quello che ci dice l’andamento del PIL e molto di più di quello che può dirci anche l’indicatore ufficiale statistico della disoccupazione. Se ai disoccupati aggiungiamo, infatti, gli inoccupati, quelli che non cercano neanche più il posto di lavoro, i sospesi dall’occupazione – ossia i lavoratori in cassa integrazione e in situazioni simili – ma soprattutto, in termini di numero, i sotto-occupati, arriviamo ad un numero davvero impressionante: si tratta probabilmente di 6-7 milioni di persone solo in Italia, di 25 milioni nell’Unione Europea. Se ad essi aggiungiamo anche il numero dei rispettivi familiari, ci accorgiamo che stiamo parlando di una quota rilevantissima della società coinvolta direttamente o meno da questo fenomeno.

Quindi ci sono 6-7 milioni di persone in Italia in questa situazione e, comprendendo anche le famiglie, quasi metà Italia vive questo disagio occupazionale. La situazione è quindi grave.

Cosa sta facendo l’innovazione italiana per ovviare a questa situazione?

Nel mondo si fanno decollare le start-up, sono fresco reduce da una visita a Berlino ad una decina di Co-working molto attivi, da noi decollano convegni sull’innovazione fashion e sulle tecnologie glamour.

Chi sono gli innovatori? E che cosa mi ha insegnato l’aver seguito molte start-up? Perché non si innova? Per uscire da questa stagnazione come possiamo fare? Quando l’innovazione è di successo?

In questo scritto proverò a dare delle risposte a queste 5 domande.

 

Chi sono gli innovatori?

Gli innovatori sanno riconoscere l’incertezza e imparano a conviverci, ammettono gli errori, riconoscono l’ambiguità e imparano ad abitarla.

In sostanza l’innovatore è chi ha saputo rompere gli schemi di riferimento, è chi ha infranto i paradigmi mentali, l’innovatore in sostanza vede oltre.

L’innovatore è anti accademico, rifiuta la burocrazia, è giocoso (è difficile capire se gioca lavora o studia), ha una forte impertinenza verso il mondo esterno.

Tutto ciò però non basta, sembra un paradosso ma ci vogliono molta disciplina, molta applicazione e molto metodo.

Ho avuto l’opportunità di conoscere e conversare con Ferran Adrià, il cuoco catalano che ha letteralmente rivoluzionato l’arte culinaria, incoraggiando le più inedite e ardite combinazioni gustative, cambiando radicalmente la struttura dei piatti.

Anche nel caso di Adrià mi sono reso conto di quanto la sua forza sia il metodo per il processo creativo: i suoi libri non sono libri di ricette, ma trattati metodologici, direi filosofici, sull’organizzazione creativa.

L’intuizione è fondamentale, ma il metodo per raggiungere gli obiettivi è altrettanto importante.

Edison con la sua citazione: 1% inspiration e 99% perspiration descrive perfettamente l’importanza della metodologia.

 

Per far bene ciò è determinante secondo me un carburante speciale: la passione. Si può andare anche al liceo artistico, se nel frattempo troviamo come docenti gli artisti che insegnano come nascono le opere d’arte. La propria passione va però coltivata e se c’è qualcuno che ha talento in qualunque campo, per esempio anche in uno sport o in un hobby, sappia che il talento vuol dire come minimo 10.000 ore di dura pratica. Questo significa tre anni e mezzo di esercizi a otto ore al giorno o tredici anni e mezzo applicandosi due ore al giorno. Quindi per diventare dei fuoriclasse, bisogna applicarsi con dura e maniacale disciplina. A tal riguardo suggerisco il bellissimo libro di Malcom Gladwell intitolato “Fuoriclasse”.

I Beatles non sarebbero mai diventati i Beatles se non li avessero ingaggiati nei locali di Amburgo, dove suonavano per ore ogni giorno, imparando, variando, infinitamente migliorando.

Michael Jordan, mitico cestista, dice di essere diventato il migliore perché aveva sbagliato novemila tiri.

Nel settembre 2010 sulla rivista Wired Alessandro Baricco pubblicò il sequel del saggio “I Barbari”. In tale libro l’innovazione è descritta come un cambio di stato, quindi di paradigma: da solido a liquido a vapore. Perché succeda questo cambio di stato deve avvenire una trasformazione forte che rompa un modello di riferimento. Io, per esempio, ho rotto il modello nel mio settore in quanto ho certificato secondo gli standard Iso 9001:2008 il processo di ideazione: è un paradosso! Ma funziona, una buona creatività deve essere alimentata da una buona dose di metodo.

Che cosa mi ha insegnato l’aver seguito molte start-up?

  • non è importante avere solo un’idea di base nuova, ma è proficuo anche migliorare un prodotto/servizio esistente, una semplice modifica può essere remunerativa
  • è meglio non partire da soli, suggerisco di avere altri soci di fiducia, scambiarsi opinioni e contaminarsi a vicenda, è utile e costruttivo
  • stare attenti ai dissidi, conflittualità o situazioni da negoziare ci stanno, ma non gli eccessi (vedere il film Social Network è istruttivo per capire il mondo estremamente aggressivo delle start-up americane)
  • evitare l’ostinazione, se degli investitori propongono, a ragion veduta, delle modifiche, ascoltatele
  • lanciare rapidamente l’idea, oggi aspettare troppo tempo per rifinire eccessivamente il concept del prodotto o servizio può rallentare il successo
  • pensare a 3-5 anni, sognare un po’ di strategia e  non pensare solo al breve periodo
  • se qualcuno dimostra disinteresse o è irrispettoso dell’idea, ignorarlo.

Quindi per innovare non basta conoscenza, competenza e know-how che impariamo studiando, ma ci vogliono altri fattori. L’interdisciplinarietà oggi è fondamentale nel business e nella formazione. Viaggiamo troppo veloci sulle cose, ci soffermiamo poco, bisogna invece studiare ed approfondire con metodo. Fare una casa domotica oggi richiede un architetto, un designer, un informatico, un sociologo, un pediatra, un esperto di mondo degli anziani, un esperto di biometria.

E’ tale la complessità del business che bisogna avere più competenze.

Perché non si innova?

Oggi è difficile innovare in azienda. Ritengo che siano cinque i motivi principali per cui ciò a volte non avviene. Passiamoli in rassegna.

  1. Non si innova perché non si vede il problema. In molti casi l’azienda non ha gli indicatori giusti per monitorare alcuni processi (soprattutto quelli intangibili) e in questo caso non si progredisce perché non si riesce a determinare qual è il vero problema. Il contributo di una buona preparazione universitaria può ovviare a questo problema.
  2. Si presenta a volte una eccessiva complessità del problema. Questo succede quando ci sono troppe variabili da tenere sotto controllo e non si ha l’adeguata formazione per gestirle.
  3. C’è poca cultura del project management, si dedica più tempo al fare che al programmare.
  4. Si ragiona solo sul breve termine e si trascura la strategia del lungo termine, presi dalla contingenza quotidiana. Nell’impresa è fondamentale l’importanza del sogno e della visione di futuro.
  5. Rispettando Pareto, si privilegiano le priorità, quindi eventuali innovazioni potenziali che non rientrano nell’area designata prioritaria non si fanno proprio. Invece l’innovazione deve essere a 360°.

 

Per uscire da questa stagnazione quindi come possiamo fare?

In America una corrente di pensiero prevede che la prossima rivoluzione industriale sarà guidata da piccole imprese artigiane capaci di creare prodotti innovativi e di qualità a misura di cliente. L’Italia, patria del rinascimento, potrebbe essere all’avanguardia di questa trasformazione.

Poniamoci queste domande:

  • Pensiamo davvero che la flessibilità del lavoro, l’instabilità e la velocità siano i soli ingredienti del successo?
  • Che la conoscenza astratta possa essere disgiunta dai saperi del fare?

Il successo ha bisogno di tempo e di abilità artigiana, propria di colui che svolge con applicazione un lavoro a regola d’arte, e che per questo tenderà a migliorarsi continuamente. Queste considerazioni provengono dal lavoro di Richard Sennett, il più grande sociologo vivente, che ha scritto il libro intitolato “L’uomo artigiano”.

Il nuovo artigiano non rimpiange con nostalgia il passato. Cavalca la modernità e le nuove tecnologie, reinterpreta le tradizioni, ma ciò che lo distingue è la passione per il prodotto fatto bene e la capacità di mettere in relazione la conoscenza teorica con quella pratica. Scomodando Kant: “La mano è la finestra della mente”. Siamo in presenza di un cambiamento epocale, sembra un paradosso ma proprio noi, la patria mondiale dell’artigianato e della piccola e media impresa, veniamo a sapere dagli americani, come Chris Anderson, il direttore di Wired, che potremmo essere addirittura un avamposto della nuova rivoluzione industriale.

Questo è il vero tesoro dell’Italia: dobbiamo difendere e investire su tutto quello che è unico e non copiabile. In fin dei conti: “La differenza tra una striscia di pelle e una scarpa sta nelle mani di chi la fa!”.

Per concludere come si può fare innovazione di successo?

Rispondo con una efficace formula del capitano di vascello Stefano Crementieri della Marina Militare, oggi responsabile della base elicotteristica di Sarzana. Il successo è frutto di quattro fattori moltiplicativi:

  1. Know-how. La conoscenza, le informazioni, il sapere sono fondamentali. Una adeguata preparazione universitaria è fondamentale.
  2. Motivazione. La passione per quello che si fa. Amare la propria idea, il proprio lavoro.
  3. Regia. Capacità di muoversi nel mondo utilizzando tutte le tecnologie oggi disponibili.
  4. Comunicazione. Saper dire bene cosa si sa fare.

Ma la matematica insegna che basta che uno di questi fattori sia zero e il successo non si raggiunge.

 

* Docente Fondazione CUOA e Esperto Innovazione

3 Commenti

  • Egr dottore
    ho molto apprezzato il suo articolo.
    Esso mi ha sollecitato la seguente riflessione:
    Quasi sempre, parlando di innovazione, si dà per scontato che essa sia giocata solamente sul fronte tecnologico. Ma il contesto socio-economico maturato, a mio parere, suggerisce che l’innovazione debba riguardare non solo quest’aspetto (prodotto/processo) ma addirittura il ruolo sociale dell’impresa e quindi lo scopo societario, la riformulazione del concetto di “utile” e la sua distribuzione e, a cascata, i focus e le strategie,
    Che ne pensa ?

  • La penso come lei e le aggiungo delle mie nuove riflessioni, frutto dell’aver ascoltato Latouche da pochi giorni sulla decrescita.

    Mi ha colpito il fatto che la crisi devastante che stiamo vivendo fa intravedere la decrescita (a volte lui la chiama l’abbondanza frugale, che è in sé un felice paradosso) come l’unica via di uscita “laterale” dalla alternativa tra austerità e rilancio scomposto e incontrollato dei consumi. Un’abbondanza virtuosa, dice lui, è l’unica compatibile con una società solidale.

    Io direi che la decrescita è il rifiuto razionale di ciò che non serve.

    Il ragionamento che c’è sotto è del tipo: “non so cosa farmene e non voglio spendere una parte della mia vita a lavorare per guadagnare il denaro necessario a comprarlo”.

    La decrescita si propone di ridurre il consumo delle merci che non soddisfano nessun bisogno e quindi si possono sostituire con beni autoprodotti ogni qual volta ciò comporti un miglioramento qualitativo e una riduzione di inquinamento, del consumo di risorse e dei rifiuti.

    Il suo obiettivo non è il meno, ma il meno quando è meglio.

    In un sistema finalizzato al “più anche quando è peggio”, la decrescita costituisce l’elemento fondante di un cambiamento di paradigma culturale.

    E’ una rivoluzione finalizzata a sviluppare le innovazioni dal punto di vista sociale (quindi che diminuiscono il consumo di energia e risorse) e a promuovere una politica che valorizzi i beni comuni e la partecipazione delle persone alla gestione della cosa pubblica.

    Quindi la decrescita non è la riduzione quantitativa della produzione.

    Non è nemmeno la riduzione volontaria dei consumi per ragioni etiche, è il rifiuto razionale di ciò che non serve e che non ha funzionalità d’uso corretta.

    Aggiungo che le innovazioni, nell’ottica della decrescita, dovranno essere per tutti o per lo meno per il 90% della popolazione e migliorare la condizione umana.

    Tra chi fa il mio mestiere si comincia ad usare il termine “innovazione umanocentrica” e “reverse innovation” per indicare una innovazione che viene dal basso e che parli i linguaggi locali (qui è avanti l’India).

    Sono molto d’accordo quando lei parla di innovazione sociale.
    Si parla di innovazione sociale quando nuove idee che funzionano danno soluzione a bisogni sociali insoddisfatti.
    Sociale inoltre indica il ruolo attivo di persone (cittadini,istituzioni e organizzazioni) nella realizzazione concreta dei processi di innovazione.
    Fra il resto questa sarà la filosofia di tutte le mie attività future sul tema dell’innovazione.
    Su questo tema istituirò a breve anche una borsa di studio.

    Alessandro Garofalo

    Bibliografia
    S.Latouche, Limite, Bollati Boringhieri, 2012
    N.Chomsky, Siamo il 99%, Nottetempo, 2012

  • Risposta molto chiara ed esauriente.

    Viene subito da pensare a quanti inutili sprechi, che non servono a nessuno, in primis energetici, e poi di materia (che si possono di nuovo ricondurre a quelli energetici) si possono e si dovrebbero eliminare a livello individuale e soprattutto di grandi impianti.

    Incredibile quanta difficoltà solo per ridurre questi sprechi!

    Grazie per la risposta, e per la domanda ispiratrice di Giulio