General Management Imprenditorialità e Governance

«Né mio, né tuo, ma di tutti un po’»: il lavoro contemporaneo (prima parte)

a cura di Paolo Gubitta *

In questi tempi difficili di Lavoro si parla quasi sempre al negativo: il lavoro che non c’è, il lavoro che non è mai abbastanza produttivo, il lavoro che non serve più. Alla base di tale dibattito ci sono tante buone motivazioni: quelle dei disoccupati e delle loro famiglie che non arrivano a fine mese, quelle delle imprese che non riescono a competere, quelle dei lavoratori che non ce la fanno a star dietro alle innovazioni.

D’altro canto, sappiamo che quando usciremo dal tunnel della crisi, le imprese non saranno più quelle di prima, e questo vale anche per il Lavoro. È per queste ragioni che di Lavoro si deve cominciare a parlare al positivo.

Rispetto al recente passato, sul Lavoro contemporaneo incidono quattro fenomeni (1):

1. la facilità di accedere, scambiare e condividere la conoscenza impiegata nel lavoro;
2. la strana parabola della natura del lavoro: artigianale, industriale, cognitivo, digitale e adesso neo-artigianale;
3. la faticosa ricerca di identità e di senso, in quei lavori che emergono da una collezione di esperienze non sempre tra loro coerenti;
4. la difficile misura del valore di quei lavori che, pur non passando per il mercato, incidono sul nostro benessere.

In questo post, mi concentro sul primo fenomeno: quali sono le sfide del lavoro nell’era della condivisione.

Lo straordinario sviluppo delle tecnologie digitali ha cambiato per sempre il lavoro e la loro forza dirompente ha portato al distacco di un grande iceberg.

La punta dell’iceberg del lavoro è visibile a tutti ed è ormai entrata a pieno titolo nella nostra quotidianità: si allarga in continuazione la tipologia di mansioni che si riesce ad adempiere da remoto grazie agli strumenti del mobile work; aumenta la frequenza di progetti che coinvolgono persone che si trovano in posti diversi (più o meno distanti) che vengono “messi insieme” dalla tecnologia; si fa sempre più labile il confine tra tempo/luogo di lavoro e tempo/luogo di non lavoro.

Assumendo che per l’iceberg del lavoro valgano le stesse regole degli iceberg di ghiaccio (la punta galleggia ma rappresenta solo il 10% del volume, mentre il restante 90% rimane sotto la superficie dell’acqua e non si vede subito), per intuire quali sono i cambiamenti radicali e irreversibili, bisogna necessariamente immergersi.

L’accesso diffuso e capillare a conoscenze e informazioni porta ad ambienti di lavoro in cui le classiche relazioni gerarchiche cedono spazio a quelle di condivisione. Ma se i collaboratori sono sempre più preparati, come si esercita il ruolo di capo?

La facilità con cui si possono condividere conoscenze e risorse comuni (knowledge sharing) apre opportunità per tutti: c’è chi sviluppa nuovi prodotti con l’open innovation, chi si finanzia in modalità crowdsourcing, chi mette in piedi gruppi di lavoro ad hoc per un’attività e li scioglie subito dopo. Come funzionano queste nuove modalità di collaborazione?

La disponibilità di strumenti per sviluppare insieme nuova conoscenza (knowledge development) aumenta il potenziale innovativo di un’impresa e della società, ma porta con sé anche qualche nuovo problema: come si misura il contributo di ciascuno al risultato comune?

(1) Il Lavoro contemporaneo è alla base del ciclo di workshop “Migliori si diventa”, promosso dalla Regione Veneto con la direzione scientifica del CUOA. Il primo incontro il 15 maggio 2014 dal titolo Il lavoro nell’era della condivisione. Né mio, né tuo, ma di tutti un po’.

* Direttore scientifico MBA Imprenditori CUOA e docente Università degli Studi di Padova

1 Commento

  • Ciao Paolo,
    bello il pezzo.

    Provo a dare qualche risposta.
    Come si esercita il ruolo di capo? Occupandosi di context piuttosto che content (requisite variety direbbero i cibernetici).
    Come funzionano queste nuove modalità di collaborazione? Il come è oggetto di studio da anni e oggi possiamo davvero essere convicenti ma suggerisco un tip: per farle funzionare serve un propellente che spinge polarizzando, si chiama Purpose. E’ da definire sia a livello personale sia a livello di sistema (proprietà emergente direbbero i system thinker).
    Come si misura il contributo di ciascuno al risultato comune? Tecnicamente parlando ogni piattaforma social basata su standard (es. Open Social) da la possibilità di quantificare il comportamento social (analytyics) e quindi come derivata seconda potresti … Organizzativamente direi basandosi su strutture frattali dove il bene comune evita di essere appeso al vento ma viene, seppur condiviso, ramificato in sistemi e sottosistemi autosomiglianti e quindi misurato, come direbbero gli scienziati della complessità al Santa Fe Insitute.

    Giorgio